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	<title>Interpretariato Archives - Sergio Paris</title>
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	<title>Interpretariato Archives - Sergio Paris</title>
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		<title>COMMUNITY INTERPRETING</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sergio Paris]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jul 2024 09:37:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Interpretariato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oggi vorrei parlare di una modalità di interpretazione che in questi ultimi anni di libera professione mi capita spesso di affrontare e che devo ammettere mi sta dando anche molte soddisfazioni. Parlerò del community interpreting ovvero dell’interpretazione (o interpretariato) di comunità. Tuttavia, prima di parlare della mia esperienza personale, bisognerebbe capire meglio che cosa si intende per community interpreting che si differenzia molto dalle altre modalità di interpretazione di cui ho già parlato in questo mio blog ovvero, in ordine di pubblicazione, interpretazione consecutiva, interpretariato in fiera e &#160;interpretazione simultanea. Nel community interpreting il contesto e il destinatario d’uso svolgono un ruolo fondamentale. Maria Chiara Russo e Gabriele Mack dedicano un capitolo dal titolo La formazione di interpreti in ambito sociale in Italia e all’estero contenuto all’interno del loro saggio Interpretazione di trattativa – la mediazione linguistico-culturale nel contesto formativo professionale in cui la professoressa Mette Rudvin descrive la richiesta sempre più diffusa di servizi di mediazione linguistica in ambiti che esulano dalla classica e più conosciuta interpretazione di conferenza: nello specifico si tratta dell’interpretazione per i servizi pubblici, vale a dire una particolare modalità di interpretazione che si espleta in campo sociale o in seno ad istituzioni giuridiche o di pubblica sicurezza, uffici di immigrazione, strutture sanitarie o presso i servizi sociali[1]. Spesso tale modalità viene inserita nella categoria di interpretazione più ampiamente conosciuta come interpretazione di trattativa, la quale tuttavia si riferisce in linea più generale all’ambito commerciale e/o fieristico. Nello stesso saggio e in questo interessante articolo di Intralinea si dibatte infatti quanto sia più o meno giusto far assimilare la modalità dell’interpretazione di comunità alla categoria più generale dell’interpretazione di trattativa. Non è questa la sede per stabilire i confini di queste due modalità, che tuttavia si differenziano solo per il contesto d’uso e per l’impostazione mentale dell’interprete più che per la tecnica di resa in sé. In questo articolo mi concentrerò piuttosto sulla mia esperienza come interprete di comunità e sull’approccio psicologico che è necessario adottare in questo particolare contesto lavorativo. LA MIA ESPERIENZA COME INTERPRETE DI COMUNITÀ Nel corso dei miei 22 anni di esperienza professionale mi è capitato talvolta di lavorare dal vivo presso tribunali e commissariati di polizia, ma mai come in questi ultimi anni, in cui l’interpretariato da remoto è letteralmente esploso, mi sono trovato sempre più spesso a collaborare con enti pubblici, tribunali, reparti ospedalieri, penitenziari, servizi sociali, studi di psichiatria e psicoterapia, ecc. sparsi nei cosiddetti tre paesi DACH (Germania, Austria e Svizzera). Si tratta di servizi, molto spesso di breve durata, in cui mi chiedono di tradurre per conto di cittadini italiani che non riescono a comunicare in tedesco con i vari uffici di riferimento. Si tratta di servizi estemporanei, che mi piace definire “toccata e fuga”, in cui visto lo scarso preavviso i tempi di preparazione sono pressoché inesistenti e in cui conta molto il proprio livello di esperienza pregressa, ma soprattutto la propria capacità di adattamento nel sapersi districare tra i vari accenti dei tre paesi di lingua tedesca, ma soprattutto con i vari dialetti italiani in cui molto spesso parlano i cittadini italiani che dobbiamo assistere linguisticamente. INTERPRETE DI COMUNITÀ: QUALE TECNICA ADOTTARE? Quando prima si parlava della necessità più o meno discutibile di distinguere il community interpreting dall’interpretazione di trattativa, un elemento è evidente ed io stesso posso confermarlo per esperienza diretta. Che si usino gli appunti o solo prevalentemente la memoria non ha alcuna importanza. Ogni interprete può adottare la propria strategia che varia a seconda del destinatario e della situazione in cui si trova ad operare. Per quanto mi riguarda, carta e penna sono sempre con me, ma utilizzo prevalentemente l’ascolto. Non è immediato capire le esigenze delle persone che dobbiamo assistere. Si tratta di persone in una particolare condizione emotiva che molto spesso faticano a mettere in ordine le loro idee e ad esprimerle in maniera chiara. Il mio consiglio è di mantenere i nervi saldi e di non interrompere il flusso di pensieri e parole, spesso confusionario, perché serve per capire le richieste pratiche, a volte emergenti, che dobbiamo tradurre. La qualità dell’audio da remoto – va detto – non è nostro alleato, ma bisogna concentrarsi sul messaggio da rendere sia verso la lingua straniera che verso l’italiano nella maniera più semplice possibile. La mia sensazione è che devono capire che siamo lì per aiutarli, pur mantenendo una certa distanza dai fatti non sempre facili da cogliere, da rendere, ma soprattutto da affrontare. L’APPROCCIO PSICOLOGICO DELL’INTERPRETE DI COMUNITÀ Lavorare in contesti socio-sanitari complessi, seppur a distanza, per forza di cose ti proietta in situazioni che nella maggior parte dei casi sono assolutamente fuori dalla propria comfort zone. Per quanta esperienza e maturità intellettiva possiamo avere, trasmettere e quindi tradurre determinate notizie o riportare traumi o incidenti di cui si è stati vittime non è mai facile. Servono molta empatia e autocontrollo, ma soprattutto quella giusta dose di distanza che ci permettono di non subire noi stessi i fatti che stiamo riportando, al fine di evitare, nella peggiore delle ipotesi, il trauma vicario derivante proprio da una tensione emotiva e dalla presenza di una relazione empatica tra l’interprete e la persona da tradurre. Il trauma vicario è quel meccanismo neurofisiologico della comprensione empatica del dolore che si basa sul rispecchiamento dell’altrui condizione dolorosa, ottenuta tramite una simulazione interna che comporta l’attivarsi delle proprie aree del dolore. Dai dati provenienti dalle neuroscienze emerge che empatizzare con il dolore degli altri comporti provare realmente un certo grado di dolore, proporzionale al coinvolgimento affettivo con colui con il quale si empatizza[2]. Non è facile mantenere un atteggiamento di neutralità per chi svolge professioni di aiuto e in questo l’interprete non è da meno. Quando l’assistenza tende a prolungarsi, aumentando i rischi della traumatizzazione vicaria, è necessario non trovarsi da soli, dopo aver vissuto queste esperienze, e ristabilire contatti con il mondo esterno. Rispettando la riservatezza che ci viene richiesta in contesti così delicati, è doveroso riuscire a sfogare il carico emotivo accumulato. Per [&#8230;]</p>
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<p>Oggi vorrei parlare di una modalità di interpretazione che in questi ultimi anni di libera professione mi capita spesso di affrontare e che devo ammettere mi sta dando anche molte soddisfazioni. Parlerò del <em>community interpreting</em> ovvero dell’interpretazione (o interpretariato) di comunità. Tuttavia, prima di parlare della mia esperienza personale, bisognerebbe capire meglio che cosa si intende per <em>community interpreting</em> che si differenzia molto dalle altre modalità di interpretazione di cui ho già parlato in questo mio blog ovvero, in ordine di pubblicazione, <a href="https://www.sergioparis.it/limpresa-faraonica-dellinterprete-la-consecutiva/">interpretazione consecutiva</a>, <a href="https://www.sergioparis.it/interpretariato-in-fiera/">interpretariato in fiera</a> e &nbsp;<a href="https://www.sergioparis.it/simultanea-e-larte-di-interpretare-il-mondo/">interpretazione simultanea</a>.</p>



<p>Nel <em>community interpreting</em> il contesto e il destinatario d’uso svolgono un ruolo fondamentale. Maria Chiara Russo e Gabriele Mack dedicano un capitolo dal titolo <em>La formazione di interpreti in ambito sociale in Italia e all’estero</em> contenuto all’interno del loro saggio <em>Interpretazione di trattativa – la mediazione linguistico-culturale nel contesto formativo professionale</em> in cui la professoressa Mette Rudvin descrive la richiesta sempre più diffusa di servizi di mediazione linguistica in ambiti che esulano dalla classica e più conosciuta interpretazione di conferenza: nello specifico si tratta dell’interpretazione per i servizi pubblici, vale a dire una particolare modalità di interpretazione che si espleta in campo sociale o in seno ad istituzioni giuridiche o di pubblica sicurezza, uffici di immigrazione, strutture sanitarie o presso i servizi sociali<a href="#_ftn1" id="_ftnref1">[1]</a>.</p>



<p>Spesso tale modalità viene inserita nella categoria di interpretazione più ampiamente conosciuta come interpretazione di trattativa, la quale tuttavia si riferisce in linea più generale all’ambito commerciale e/o fieristico. Nello stesso saggio e in questo interessante articolo di <a href="https://www.intralinea.org/reviews/item/1102#n1">Intralinea</a> si dibatte infatti quanto sia più o meno giusto far assimilare la modalità dell’interpretazione di comunità alla categoria più generale dell’interpretazione di trattativa. Non è questa la sede per stabilire i confini di queste due modalità, che tuttavia si differenziano solo per il contesto d’uso e per l’impostazione mentale dell’interprete più che per la tecnica di resa in sé. In questo articolo mi concentrerò piuttosto sulla mia esperienza come interprete di comunità e sull’approccio psicologico che è necessario adottare in questo particolare contesto lavorativo.</p>



<p>LA MIA ESPERIENZA COME INTERPRETE DI COMUNITÀ</p>



<p>Nel corso dei miei 22 anni di esperienza professionale mi è capitato talvolta di lavorare dal vivo presso tribunali e commissariati di polizia, ma mai come in questi ultimi anni, in cui l’interpretariato da remoto è letteralmente esploso, mi sono trovato sempre più spesso a collaborare con enti pubblici, tribunali, reparti ospedalieri, penitenziari, servizi sociali, studi di psichiatria e psicoterapia, ecc. sparsi nei cosiddetti tre paesi DACH (Germania, Austria e Svizzera). Si tratta di servizi, molto spesso di breve durata, in cui mi chiedono di tradurre per conto di cittadini italiani che non riescono a comunicare in tedesco con i vari uffici di riferimento. Si tratta di servizi estemporanei, che mi piace definire “toccata e fuga”, in cui visto lo scarso preavviso i tempi di preparazione sono pressoché inesistenti e in cui conta molto il proprio livello di esperienza pregressa, ma soprattutto la propria capacità di adattamento nel sapersi districare tra i vari accenti dei tre paesi di lingua tedesca, ma soprattutto con i vari dialetti italiani in cui molto spesso parlano i cittadini italiani che dobbiamo assistere linguisticamente.</p>



<p>INTERPRETE DI COMUNITÀ: QUALE TECNICA ADOTTARE?</p>



<p>Quando prima si parlava della necessità più o meno discutibile di distinguere il <em>community interpreting</em> dall’<em>interpretazione di trattativa</em>, un elemento è evidente ed io stesso posso confermarlo per esperienza diretta. Che si usino gli appunti o solo prevalentemente la memoria non ha alcuna importanza. Ogni interprete può adottare la propria strategia che varia a seconda del destinatario e della situazione in cui si trova ad operare. Per quanto mi riguarda, carta e penna sono sempre con me, ma utilizzo prevalentemente l’ascolto. Non è immediato capire le esigenze delle persone che dobbiamo assistere. Si tratta di persone in una particolare condizione emotiva che molto spesso faticano a mettere in ordine le loro idee e ad esprimerle in maniera chiara. Il mio consiglio è di mantenere i nervi saldi e di non interrompere il flusso di pensieri e parole, spesso confusionario, perché serve per capire le richieste pratiche, a volte emergenti, che dobbiamo tradurre. La qualità dell’audio da remoto – va detto – non è nostro alleato, ma bisogna concentrarsi sul messaggio da rendere sia verso la lingua straniera che verso l’italiano nella maniera più semplice possibile. La mia sensazione è che devono capire che siamo lì per aiutarli, pur mantenendo una certa distanza dai fatti non sempre facili da cogliere, da rendere, ma soprattutto da affrontare.</p>



<p>L’APPROCCIO PSICOLOGICO DELL’INTERPRETE DI COMUNITÀ</p>



<p>Lavorare in contesti socio-sanitari complessi, seppur a distanza, per forza di cose ti proietta in situazioni che nella maggior parte dei casi sono assolutamente fuori dalla propria comfort zone. Per quanta esperienza e maturità intellettiva possiamo avere, trasmettere e quindi tradurre determinate notizie o riportare traumi o incidenti di cui si è stati vittime non è mai facile. Servono molta empatia e autocontrollo, ma soprattutto quella giusta dose di distanza che ci permettono di non subire noi stessi i fatti che stiamo riportando, al fine di evitare, nella peggiore delle ipotesi, il trauma vicario derivante proprio da una tensione emotiva e dalla presenza di una relazione empatica tra l’interprete e la persona da tradurre.</p>



<p>Il trauma vicario è quel meccanismo neurofisiologico della comprensione empatica del dolore che si basa sul rispecchiamento dell’altrui condizione dolorosa, ottenuta tramite una simulazione interna che comporta l’attivarsi delle proprie aree del dolore. Dai dati provenienti dalle neuroscienze emerge che empatizzare con il dolore degli altri comporti provare realmente un certo grado di dolore, proporzionale al coinvolgimento affettivo con colui con il quale si empatizza<a href="#_ftn2" id="_ftnref2">[2]</a>.</p>



<p>Non è facile mantenere un atteggiamento di neutralità per chi svolge professioni di aiuto e in questo l’interprete non è da meno. Quando l’assistenza tende a prolungarsi, aumentando i rischi della traumatizzazione vicaria, è necessario non trovarsi da soli, dopo aver vissuto queste esperienze, e ristabilire contatti con il mondo esterno. Rispettando la riservatezza che ci viene richiesta in contesti così delicati, è doveroso riuscire a sfogare il carico emotivo accumulato. Per me personalmente significa praticare sport, se possibile, il giorno stesso. Prendersi cura della propria salute mentale, soprattutto in considerazione dell’alto carico cognitivo, e in questo caso emotivo, della professione dell’interprete è di primaria importanza.</p>



<p>COMMUNITY INTERPRETING: CHE COSA MI HA INSEGNATO?</p>



<p>In conclusione, posso affermare che il <em>community interpreting</em> mi sta insegnando davvero molto in termini di flessibilità e di gestione delle emozioni. Ancora una volta tale modalità ci spinge a fare molta autocritica verso se stessi a livello personale e professionale. Il livello di responsabilità talvolta è decisamente più alto rispetto ad altri contesti più formali e tecnicamente più complessi, visto che abbiamo a che fare con la salute fisica e mentale e, non meno importante, con la libertà della persona a cui stiamo letteralmente dando una mano. Credo che lavorare in tali contesti sia funzionale alla nostra preparazione mentale, anche durante lo svolgimento dell’ordinaria attività di interpreti di conferenza. È un’ottima base di preparazione mentale ed emotiva che ci potrà rendere sicuramente interpreti umanamente migliori.</p>



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<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> Per una trattazione più dettagliata si rimanda all’articolo di Mette Rudvin <em>La formazione di interpreti in ambito sociale in Italia e all’estero</em> in Russo, Mariachiara e Gabriele, Mack (a cura di) (2005)&nbsp;<em>Interpretazione di trattativa. La mediazione linguistico-culturale nel contesto formativo e professionale</em>. Milano: Hoepli.</p>



<p><a href="#_ftnref2" id="_ftn2">[2]</a> Definizione ripresa dal sito web: https://www.milanopsicologo.it/trauma-vicario/</p>
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		<title>IL MERCATO DEI SERVIZI LINGUISTICI STA CAMBIANDO IN MANIERA VERTIGINOSA</title>
		<link>https://www.sergioparis.it/il-mercato-dei-servizi-linguistici-sta-cambiando-in-maniera-vertiginosa/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Sergio Paris]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Mar 2024 17:37:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Insegnamento]]></category>
		<category><![CDATA[Interpretariato]]></category>
		<category><![CDATA[Traduzione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oggi come non mai la parola intelligenza artificiale (nominata parola dell’anno 2023 da Collins Dictionary) è sulla bocca di tutti. Non passa giorno che non veniamo inondati da notizie, post, aggiornamenti su possibili e ineluttabili evoluzioni dell’intelligenza artificiale declinata in ogni possibile ambito della nostra vita privata e professionale. Chi mi segue, o quanto meno legge i miei post, i miei articoli, sa qual è la mia professione e che l’intelligenza artificiale sta impattando pesantemente sulle risorse umane di cui solitamente si avvale il settore dei servizi linguistici. La traduzione automatica oramai è una realtà assodata, ma non voglio parlare di questo argomento che avevo già trattato in un altro mio articolo. Mi interessa piuttosto mettere in evidenza come questo sia solo l’inizio di un cambiamento epocale che ci vede coinvolti in prima persona. Il mercato sta cambiando alla velocità della luce e se penso al mio giro di lavoro o in generale com’era il mio settore nel 2019, come anno di riferimento per il periodo pre-covid, sebbene possiamo parlare anche degli anni precedenti a questo, e lo confronto con la mia situazione attuale, non sembrano essere passati quasi cinque anni, ma molti di più. Dopo più di vent’anni di libera professione alle spalle ti rendi conto che il mercato è cambiato in maniera vertiginosa. Non per forza in maniera negativa, sebbene gli scenari apocalittici, che il turbinio di informazioni sempre più impellenti ci spinge a ipotizzare, non ci facciano ben sperare. L’ALTRA FACCIA DELLA CRISI Quando parliamo di crisi, pensiamo spesso a un rallentamento dell’economia. In realtà i servizi linguistici tuttavia non sono in crisi, se parliamo meramente in termini di domanda e offerta, poiché la globalizzazione ha sempre più bisogno di una comunicazione multilingue. Questo è un dato di fatto che dovremmo tenere sempre in mente. Cos’è cambiato quindi? Sono cambiate le modalità in cui vengono svolti i servizi di traduzione e interpretariato. Soprattutto, è cambiato il ruolo dei traduttori e degli interpreti che per continuare a svolgere il loro ruolo devono capire come posizionarsi rispetto al destinatario dei loro servizi e rispetto alle nuove tecnologie che oramai sono parte attiva del processo produttivo. La machine translation è stata oramai ottimizzata a tal punto da occuparsi di buona parte del lavoro umano. Non mi riferisco ovviamente a tutti i settori. Laddove serve più creatività, il traduttore umano è ancora indispensabile e non dovrà temere alcuna concorrenza o interazione con le macchine; anche se l’ultima parola dovrebbe essere sempre quella di un traduttore umano, anche quando, a una prima battuta, la stessa macchina sembra aver compiuto un lavoro ineccepibile. Meglio non rischiare per non far saltare in aria investimenti importanti a causa di traduzioni non rilette né tanto meno corrette da un traduttore umano. Per quanto riguarda il lavoro dell’interprete, oramai l’interpretariato da remoto sta continuando imperterrito il suo cammino. Personalmente viaggio molto meno rispetto a prima. Sono cambiati i ritmi, sono cambiate le modalità. Mi ritrovo a dover interfacciare sempre più con piattaforme e con persone che sono oramai molto lontane da dove mi trovo io, anche quando lavoro come interprete. Si risparmia negli spostamenti, nelle spese di trasferta, ma si fatica molto di più. Una giornata di simultanea da remoto è decisamente più impegnativa che in presenza, dal mero punto di visto del carico cognitivo. DIVERSIFICAZIONE: LA CHIAVE PER USCIRE DALL’ALIENAZIONE Quanto appena descritto, sia per i traduttori che per gli interpreti, ci fa ben capire quanto il nostro lavoro sia diventato sempre più complesso e, lasciatemelo dire, alienante. Interfacciare con le tecnologie per arrivare a un destinatario toglie buona parte del valore umano di cui il nostro lavoro si compone. Mi ritengo una persona empatica e socievole e non poter più interfacciare direttamente con gli altri mi sta portando gradualmente a diversificare sempre più la mia offerta di servizi. Da qualche anno a questa parte ho iniziato a tenere lezioni di lingua tedesca e inglese a professionisti e discenti più o meno giovani che necessitano di un vero e proprio coach durante il loro apprendimento linguistico. Quest’anno più che mai mi ritrovo ad avere un giro più ampio degli anni scorsi e ciò mi ha permesso, seppure anche e non solo on-line, di mantenere un contatto abbastanza diretto con le persone. Insegnare è un’ottima alternativa, soprattutto in un periodo in cui il lavoro sembra essere distribuito in maniera più frammentaria. CONSAPEVOLEZZA E FIDUCIA NELLE PROPRIE COMPETENZE Vorrei concludere questo mio articolo cercando di trasmettere un messaggio positivo a tutti coloro che pensano che la nostra professione non abbia più un futuro. Alla base della globalizzazione ci sarà sempre bisogno di comunicazione multilingue, come ho già detto. Non solo, ma la nostra intelligenza umana, la nostra empatia, per essere comunicativi, incisivi e quindi per poter fare la vera differenza, saranno imprescindibili. Dobbiamo fare un cambio di mentalità e non pensare al mondo di oggi paragonandolo a quello di un tempo. Ciò significa sviluppare ancor più flessibilità e specializzazione al contempo. Dobbiamo solo capire da che parte stare, dove svolgere il nostro ruolo e soprattutto come svolgerlo. È forse questo il primo passo da compiere per abbracciare un futuro sempre più veloce e mutevole.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Oggi come non mai la parola <em>intelligenza artificiale</em> (nominata <a href="https://www.repubblica.it/dossier/economia/lavoro/2024/01/31/news/la_rivoluzione_del_lavoro_alla_sfida_competenze-422019214/">parola dell’anno 2023 da Collins Dictionary</a>) è sulla bocca di tutti. Non passa giorno che non veniamo inondati da notizie, post, aggiornamenti su possibili e ineluttabili evoluzioni dell’intelligenza artificiale declinata in ogni possibile ambito della nostra vita privata e professionale.</p>



<p>Chi mi segue, o quanto meno legge i miei post, i miei articoli, sa qual è la mia professione e che l’intelligenza artificiale sta impattando pesantemente sulle risorse umane di cui solitamente si avvale il settore dei servizi linguistici. La traduzione automatica oramai è una realtà assodata, ma non voglio parlare di questo argomento che avevo già trattato in un altro mio <a href="https://www.sergioparis.it/traduttore-umano-vs-traduttore-automatico-vince-chi-emoziona-di-piu/">articolo</a>. Mi interessa piuttosto mettere in evidenza come questo sia solo l’inizio di un cambiamento epocale che ci vede coinvolti in prima persona.</p>



<p>Il mercato sta cambiando alla velocità della luce e se penso al mio giro di lavoro o in generale com’era il mio settore nel 2019, come anno di riferimento per il periodo pre-covid, sebbene possiamo parlare anche degli anni precedenti a questo, e lo confronto con la mia situazione attuale, non sembrano essere passati quasi cinque anni, ma molti di più.</p>



<p>Dopo più di vent’anni di libera professione alle spalle ti rendi conto che il mercato è cambiato in maniera vertiginosa. Non per forza in maniera negativa, sebbene gli scenari apocalittici, che il turbinio di informazioni sempre più impellenti ci spinge a ipotizzare, non ci facciano ben sperare.</p>



<p>L’ALTRA FACCIA DELLA CRISI</p>



<p>Quando parliamo di crisi, pensiamo spesso a un rallentamento dell’economia. In realtà i servizi linguistici tuttavia non sono in crisi, se parliamo meramente in termini di domanda e offerta, poiché la globalizzazione ha sempre più bisogno di una comunicazione multilingue. Questo è un dato di fatto che dovremmo tenere sempre in mente.</p>



<p>Cos’è cambiato quindi? Sono cambiate le modalità in cui vengono svolti i servizi di traduzione e interpretariato. Soprattutto, è cambiato il ruolo dei traduttori e degli interpreti che per continuare a svolgere il loro ruolo devono capire come posizionarsi rispetto al destinatario dei loro servizi e rispetto alle nuove tecnologie che oramai sono parte attiva del processo produttivo.</p>



<p>La machine translation è stata oramai ottimizzata a tal punto da occuparsi di buona parte del lavoro umano. Non mi riferisco ovviamente a tutti i settori. Laddove serve più creatività, il traduttore umano è ancora indispensabile e non dovrà temere alcuna concorrenza o interazione con le macchine; anche se l’ultima parola dovrebbe essere sempre quella di un traduttore umano, anche quando, a una prima battuta, la stessa macchina sembra aver compiuto un lavoro ineccepibile. Meglio non rischiare per non far saltare in aria investimenti importanti a causa di traduzioni non rilette né tanto meno corrette da un traduttore umano.</p>



<p>Per quanto riguarda il lavoro dell’interprete, oramai l’interpretariato da remoto sta continuando imperterrito il suo cammino. Personalmente viaggio molto meno rispetto a prima. Sono cambiati i ritmi, sono cambiate le modalità. Mi ritrovo a dover interfacciare sempre più con piattaforme e con persone che sono oramai molto lontane da dove mi trovo io, anche quando lavoro come interprete. Si risparmia negli spostamenti, nelle spese di trasferta, ma si fatica molto di più. Una giornata di simultanea da remoto è decisamente più impegnativa che in presenza, dal mero punto di visto del carico cognitivo.</p>



<p>DIVERSIFICAZIONE: LA CHIAVE PER USCIRE DALL’ALIENAZIONE</p>



<p>Quanto appena descritto, sia per i traduttori che per gli interpreti, ci fa ben capire quanto il nostro lavoro sia diventato sempre più complesso e, lasciatemelo dire, alienante. Interfacciare con le tecnologie per arrivare a un destinatario toglie buona parte del valore umano di cui il nostro lavoro si compone. Mi ritengo una persona empatica e socievole e non poter più interfacciare direttamente con gli altri mi sta portando gradualmente a diversificare sempre più la mia offerta di servizi.</p>



<p>Da qualche anno a questa parte ho iniziato a tenere lezioni di lingua tedesca e inglese a professionisti e discenti più o meno giovani che necessitano di un vero e proprio coach durante il loro apprendimento linguistico. Quest’anno più che mai mi ritrovo ad avere un giro più ampio degli anni scorsi e ciò mi ha permesso, seppure anche e non solo on-line, di mantenere un contatto abbastanza diretto con le persone. Insegnare è un’ottima alternativa, soprattutto in un periodo in cui il lavoro sembra essere distribuito in maniera più frammentaria.</p>



<p>CONSAPEVOLEZZA E FIDUCIA NELLE PROPRIE COMPETENZE</p>



<p>Vorrei concludere questo mio articolo cercando di trasmettere un messaggio positivo a tutti coloro che pensano che la nostra professione non abbia più un futuro. Alla base della globalizzazione ci sarà sempre bisogno di comunicazione multilingue, come ho già detto. Non solo, ma la nostra intelligenza umana, la nostra empatia, per essere comunicativi, incisivi e quindi per poter fare la vera differenza, saranno imprescindibili.</p>



<p>Dobbiamo fare un cambio di mentalità e non pensare al mondo di oggi paragonandolo a quello di un tempo. Ciò significa sviluppare ancor più flessibilità e specializzazione al contempo. Dobbiamo solo capire da che parte stare, dove svolgere il nostro ruolo e soprattutto come svolgerlo. È forse questo il primo passo da compiere per abbracciare un futuro sempre più veloce e mutevole.</p>
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		<title>SIMULTANEA E L’ARTE DI INTERPRETARE IL MONDO</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sergio Paris]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Dec 2023 19:14:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Interpretariato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Durante uno dei miei ultimi incarichi di interpretazione simultanea mi è capitato di lavorare accanto a un disegnatore. Il suo compito, in quell’occasione, era di disegnare e rappresentare gli oratori e i loro messaggi principali; il nostro (mio e della collega) era di interpretare o meglio di tradurre simultaneamente dall’inglese all’italiano e viceversa i vari interventi della conferenza. Mentre stavamo lavorando entrambi, mi stavo giusto chiedendo cosa potessero avere in comune entrambe le nostre figure messe in fondo alla sala, l’una accanto all’altra. Mi sono venute in mente alcune affinità sulle quali ho voluto un po’ riflettere. Un disegnatore, un pittore, un interprete sono chiamati innanzitutto ad osservare ancor prima di mettersi all’opera. Per loro capire dove si trovano e chi hanno di fronte è di fondamentale importanza. Ogni movimento, ogni cambio di luce può incidere enormemente sul risultato della performance. Per noi interpreti non si tratta solo di ascoltare, ma anche di osservare. C’è un linguaggio paraverbale che necessita della nostra attenzione, senza il quale il messaggio da trasmettere a stento riuscirebbe ad arrivare a destinazione. Calarsi nei panni di chi si ha di fronte non è una prerogativa solo dell’interprete, ma anche del pittore che è chiamato a creare un’istantanea di quel momento e se entrambi devono interpretare quel processo comunicativo in atto, per vocazione sentono l’istinto di poterlo vivere in prima persona. Quanto è importante per un interprete riuscire a cogliere le varie sfumature che un oratore vuole trasmettere al proprio pubblico? Non è poi lo stesso processo mentale che porta un pittore a rappresentare le varie sfaccettature di un colore di un’immagine che sta dipingendo? Anche l’interprete ha una tavolozza di registri e di emozioni da trasmettere che sa cogliere dopo un’attenta osservazione, dopo un ascolto attivo. Durante la quattro giorni mi sono sentito un po’ artista, proprio come il pittore che avevo al mio fianco. Interpretare è un’arte silente, anonima che talvolta è anche in grado di ingentilire e ammorbidire le parole che vengono proferite. Ciò non significa non rispettare ciò che viene detto, ma semplicemente rendere fruibile al grande pubblico ciò che a primo impatto non può essere immediato. Non è poi anche questo il compito principale dell’arte?</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Durante uno dei miei ultimi incarichi di interpretazione simultanea mi è capitato di lavorare accanto a un disegnatore. Il suo compito, in quell’occasione, era di disegnare e rappresentare gli oratori e i loro messaggi principali; il nostro (mio e della collega) era di interpretare o meglio di tradurre simultaneamente dall’inglese all’italiano e viceversa i vari interventi della conferenza.</p>



<p>Mentre stavamo lavorando entrambi, mi stavo giusto chiedendo cosa potessero avere in comune entrambe le nostre figure messe in fondo alla sala, l’una accanto all’altra. Mi sono venute in mente alcune affinità sulle quali ho voluto un po’ riflettere.</p>



<ul type="1">
<li>Osservazione</li>
</ul>



<p>Un disegnatore, un pittore, un interprete sono chiamati innanzitutto ad osservare ancor prima di mettersi all’opera. Per loro capire dove si trovano e chi hanno di fronte è di fondamentale importanza. Ogni movimento, ogni cambio di luce può incidere enormemente sul risultato della performance. Per noi interpreti non si tratta solo di ascoltare, ma anche di osservare. C’è un linguaggio paraverbale che necessita della nostra attenzione, senza il quale il messaggio da trasmettere a stento riuscirebbe ad arrivare a destinazione.</p>



<ul>
<li>Immedesimazione</li>
</ul>



<p>Calarsi nei panni di chi si ha di fronte non è una prerogativa solo dell’interprete, ma anche del pittore che è chiamato a creare un’istantanea di quel momento e se entrambi devono interpretare quel processo comunicativo in atto, per vocazione sentono l’istinto di poterlo vivere in prima persona.</p>



<ul>
<li>Nuance</li>
</ul>



<p>Quanto è importante per un interprete riuscire a cogliere le varie sfumature che un oratore vuole trasmettere al proprio pubblico? Non è poi lo stesso processo mentale che porta un pittore a rappresentare le varie sfaccettature di un colore di un’immagine che sta dipingendo? Anche l’interprete ha una tavolozza di registri e di emozioni da trasmettere che sa cogliere dopo un’attenta osservazione, dopo un ascolto attivo. </p>



<p>Durante la quattro giorni mi sono sentito un po’ artista, proprio come il pittore che avevo al mio fianco. Interpretare è un’arte silente, anonima che talvolta è anche in grado di ingentilire e ammorbidire le parole che vengono proferite. Ciò non significa non rispettare ciò che viene detto, ma semplicemente rendere fruibile al grande pubblico ciò che a primo impatto non può essere immediato. Non è poi anche questo il compito principale dell’arte?</p>
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		<title>COS’È L’INTELLIGENZA LINGUISTICA?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sergio Paris]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Oct 2023 08:07:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Interpretariato]]></category>
		<category><![CDATA[Lingue]]></category>
		<category><![CDATA[Marketing]]></category>
		<category><![CDATA[Traduzione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Guest blog: oggi il mio blog ha il piacere di ospitare un articolo di Luca Talamonti in cui si parla di una competenza fondamentale, che soprattutto a noi professionisti della comunicazione multilingue non dovrebbe mai mancare, anche e non solo nell’ottica di un marketing più efficace, ovvero l’intelligenza linguistica. Vi invito a leggere il suo blog e a seguire i suoi webinar. Fonte articolo originale: &#8220;Cos&#8217;è l&#8217;intelligenza linguistica?&#8220; L’Intelligenza Linguistica&#160;è una delle 7 contemplate nel modello delle intelligenze multiple, teorizzato dallo psicologo statunitense Howard Gardner. Essa si riferisce alla capacità di apprendere e utilizzare il linguaggio scritto e parlato per capire e farsi capire. In realtà, però, si tratta di molto più di questo. Il linguaggio, infatti, è il principale strumento che usiamo per relazionarci con gli altri, ma pochissime sono le persone che ne conoscono il reale potere e i precisi impatti che le parole producono sul cervello umano. La disciplina nota come “Intelligenza Linguistica” riguarda dunque tutti quegli studi sul linguaggio, che ne hanno scoperto le reali potenzialità e rappresenta un bagaglio di strumenti e tecniche da utilizzare nella propria vita per migliorare la comunicazione con se stessi e con gli altri. Il vero potere del linguaggio Per prima cosa, è fondamentale sfatare un mito: il livello verbale della comunicazione (ossia le parole che usiamo) è&#160;tanto importante&#160;quanto quello paraverbale (il modo di usare la voce) e quello non verbale (gesti, espressioni facciali, abbigliamento, ecc.). È importante sottolineare questo concetto, in quanto alcuni studi male interpretati dello psicologo Albert Mehrabian parrebbero andare in un’altra direzione, concedendo alle parole solo il 7% del peso in una comunicazione faccia a faccia. Non è così e a spiegarlo è lo stesso Mehrabian. Inoltre, le parole hanno il grande potere di&#160;creare la realtà. Non la realtà oggettiva (che è, si dice, totalmente inconoscibile), bensì quella soggettiva, ossia ciò che noi vediamo, sentiamo, percepiamo. Questo avviene a causa di una serie di meccanismi tipici del cervello umano, anch’essi dimostrati scientificamente più e più volte. Per prima cosa, va detto che il nostro cervello inizia a ritenere una cosa importante (e a farla propria, interpretandola come vera, naturale, acclarata) quando se la sente&#160;ripetere&#160;più volte, specialmente se da fonti che ritiene autorevoli. E, solitamente, per il nostro cervello non esiste nessuno di più autorevole di noi stessi. Di conseguenza, più ripetiamo (e ci ripetiamo internamente, con quella vocina con cui pensiamo, che tecnicamente si chiama “Dialogo Interno”) alcune cose, più esse diventeranno vere per il nostro cervello, fino a diventare anche convinzioni, obiettivi, tratti caratteriali. A questo punto, entra in gioco un altro meccanismo tipico del cervello umano, che si chiama “Principio di Coerenza Interna”. Funziona così: il cervello ha bisogno di trovare coerenza fra ciò che crede e ritiene importante e ciò che vede nella realtà circostante. Se così non fosse, il nostro cervello andrebbe in tilt, la nostra autostima ne risentirebbe e proveremmo una forte sensazione di disagio (anche questo fenomeno ha un nome tecnico, ed è “Dissonanza Cognitiva”). Per evitare la Dissonanza Cognitiva, ecco dunque che il cervello interviene nella nostra percezione della realtà, usando dei filtri che, in particolare, si chiamano&#160;Distorsioni&#160;e&#160;Cancellazioni: in parole semplici, tendiamo a distorcere la realtà e a cancellarne intere porzioni in modo da rendere la realtà coerente con ciò che già abbiamo dentro di noi e, in pratica, in modo da “vedere solo ciò che vogliamo vedere”. Si tratta di meccanismi automatici, di cui spesso non ci rendiamo conto, e che avvengono nel cervello di chiunque e in assoluta buona fede. Ricapitolando: più ci ripetiamo, ripetiamo ad altri o ci viene ripetuta da una fonte autorevole una determinata cosa, più per il nostro cervello&#160;diventa vera. A questo punto, il cervello “adatta” la realtà circostante che percepisce per renderla&#160;coerente&#160;con ciò che per il nostro cervello è vero ed evitare la Dissonanza Cognitiva. Le parole creano la realtà, come dicono i maghi (“Abracadabra” deriva dall’aramaico e significa “Io creo come parlo”) e come è scritto, ad esempio, nella Bibbia (“In principio era il Verbo. E il Verbo era presso Dio. E il Verbo era Dio”).&#160; Così come dici stai (e fai stare) E c’è di più. Diversi importanti studi internazionali hanno infatti dimostrato che esiste una stretta&#160;correlazione fra le parole e gli ormoni. Pare infatti che l’utilizzo (orale e scritto) e la ricezione di specifiche parole faccia sì che il nostro cervello rilasci determinati ormoni, a seconda del tipo di parola con cui entriamo in contatto. Ci sono parole che favoriscono, ad esempio, il rilascio di Ossitocina (l’ormone dell’amore), altre di Dopamina (l’ormone della ricompensa), altre ancora di Cortisolo (l’ormone dello stress) e così via. E perché queste scoperte sarebbero così sensazionali? Semplice: perché il mix di ormoni che abbiamo in corpo dà vita a ciò che noi comunemente chiamiamo&#160;emozioni. E le emozioni guidano i nostri pensieri, le nostre scelte, i nostri comportamenti. Tutto questo ci insegna che esistono molti modi diversi di pensare, di dire e di scrivere le stesse cose e, in base a come lo facciamo, siamo in grado di modificare la percezione della realtà (nostra e degli altri) e, soprattutto, di veicolare (a noi stessi e agli altri) emozioni diverse. Per esempio, dire a una persona che “svolgere il tal compito è difficile e richiede molti sacrifici” produce risultati diversi dal dirle che “svolgere il tal compito è sfidante e richiede il massimo impegno”, non trovi?&#160; I vantaggi dell’Intelligenza Linguistica Quanto detto fin qui non è che la punta dell’iceberg di questa sorprendente disciplina, la quale ha risvolti&#160;pratici e immediati&#160;in ogni contesto. Pensa a tutte le volte in cui, pur essendo animato dalle migliori intenzioni, non sei riuscito a raggiungere i risultati relazionali che volevi: con tua figlia, con tua moglie, con tuo marito, col tuo collega, col tuo capo, col potenziale cliente, ecc. Probabilmente accadeva perché non conoscevi questi meccanismi delle parole e del cervello umano e, dunque, usavi il linguaggio in modo un po’ randomico. Approfondire questo argomento è di straordinaria importanza per chiunque, perché è in grado di migliorare ogni aspetto della [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Guest blog</strong>: oggi il mio blog ha il piacere di ospitare un articolo di Luca Talamonti in cui si parla di una competenza fondamentale, che soprattutto a noi professionisti della comunicazione multilingue non dovrebbe mai mancare, anche e non solo nell’ottica di un marketing più efficace, ovvero l’intelligenza linguistica. Vi invito a leggere il suo blog e a seguire i suoi webinar.</p>



<p>Fonte articolo originale: &#8220;<a href="https://www.lucatalamonti.it/cose-lintelligenza-linguistica/?fbclid=IwAR1HMKZd4blxcxsdZ1qt4MFod0d4B0xGQBbELPr9tcXXFLGVZB-Ov6BRuMw&amp;cn-reloaded=1" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Cos&#8217;è l&#8217;intelligenza linguistica?</a>&#8220;</p>



<p>L’Intelligenza Linguistica&nbsp;è una delle 7 contemplate nel modello delle intelligenze multiple, teorizzato dallo psicologo statunitense Howard Gardner.</p>



<p>Essa si riferisce alla capacità di apprendere e utilizzare il linguaggio scritto e parlato per capire e farsi capire.</p>



<p>In realtà, però, si tratta di molto più di questo.</p>



<p>Il linguaggio, infatti, è il principale strumento che usiamo per relazionarci con gli altri, ma pochissime sono le persone che ne conoscono il reale potere e i precisi impatti che le parole producono sul cervello umano.</p>



<p>La disciplina nota come “Intelligenza Linguistica” riguarda dunque tutti quegli studi sul linguaggio, che ne hanno scoperto le reali potenzialità e rappresenta un bagaglio di strumenti e tecniche da utilizzare nella propria vita per migliorare la comunicazione con se stessi e con gli altri.</p>



<p><strong>Il vero potere del linguaggio</strong></p>



<p>Per prima cosa, è fondamentale sfatare un mito: il livello verbale della comunicazione (ossia le parole che usiamo) è&nbsp;tanto importante&nbsp;quanto quello paraverbale (il modo di usare la voce) e quello non verbale (gesti, espressioni facciali, abbigliamento, ecc.).</p>



<p>È importante sottolineare questo concetto, in quanto alcuni studi male interpretati dello psicologo Albert Mehrabian parrebbero andare in un’altra direzione, concedendo alle parole solo il 7% del peso in una comunicazione faccia a faccia. Non è così e a spiegarlo è lo stesso Mehrabian.</p>



<p>Inoltre, le parole hanno il grande potere di&nbsp;creare la realtà.</p>



<p>Non la realtà oggettiva (che è, si dice, totalmente inconoscibile), bensì quella soggettiva, ossia ciò che noi vediamo, sentiamo, percepiamo.</p>



<p>Questo avviene a causa di una serie di meccanismi tipici del cervello umano, anch’essi dimostrati scientificamente più e più volte.</p>



<p>Per prima cosa, va detto che il nostro cervello inizia a ritenere una cosa importante (e a farla propria, interpretandola come vera, naturale, acclarata) quando se la sente&nbsp;ripetere&nbsp;più volte, specialmente se da fonti che ritiene autorevoli. E, solitamente, per il nostro cervello non esiste nessuno di più autorevole di noi stessi. Di conseguenza, più ripetiamo (e ci ripetiamo internamente, con quella vocina con cui pensiamo, che tecnicamente si chiama “Dialogo Interno”) alcune cose, più esse diventeranno vere per il nostro cervello, fino a diventare anche convinzioni, obiettivi, tratti caratteriali.</p>



<p>A questo punto, entra in gioco un altro meccanismo tipico del cervello umano, che si chiama “Principio di Coerenza Interna”. Funziona così: il cervello ha bisogno di trovare coerenza fra ciò che crede e ritiene importante e ciò che vede nella realtà circostante.</p>



<p>Se così non fosse, il nostro cervello andrebbe in tilt, la nostra autostima ne risentirebbe e proveremmo una forte sensazione di disagio (anche questo fenomeno ha un nome tecnico, ed è “Dissonanza Cognitiva”).</p>



<p>Per evitare la Dissonanza Cognitiva, ecco dunque che il cervello interviene nella nostra percezione della realtà, usando dei filtri che, in particolare, si chiamano&nbsp;Distorsioni&nbsp;e&nbsp;Cancellazioni: in parole semplici, tendiamo a distorcere la realtà e a cancellarne intere porzioni in modo da rendere la realtà coerente con ciò che già abbiamo dentro di noi e, in pratica, in modo da “vedere solo ciò che vogliamo vedere”.</p>



<p>Si tratta di meccanismi automatici, di cui spesso non ci rendiamo conto, e che avvengono nel cervello di chiunque e in assoluta buona fede.</p>



<p>Ricapitolando: più ci ripetiamo, ripetiamo ad altri o ci viene ripetuta da una fonte autorevole una determinata cosa, più per il nostro cervello&nbsp;diventa vera. A questo punto, il cervello “adatta” la realtà circostante che percepisce per renderla&nbsp;coerente&nbsp;con ciò che per il nostro cervello è vero ed evitare la Dissonanza Cognitiva.</p>



<p>Le parole creano la realtà, come dicono i maghi (“Abracadabra” deriva dall’aramaico e significa “Io creo come parlo”) e come è scritto, ad esempio, nella Bibbia (“In principio era il Verbo. E il Verbo era presso Dio. E il Verbo era Dio”).&nbsp;</p>



<p><strong>Così come dici stai (e fai stare)</strong></p>



<p>E c’è di più.</p>



<p>Diversi importanti studi internazionali hanno infatti dimostrato che esiste una stretta&nbsp;correlazione fra le parole e gli ormoni.</p>



<p>Pare infatti che l’utilizzo (orale e scritto) e la ricezione di specifiche parole faccia sì che il nostro cervello rilasci determinati ormoni, a seconda del tipo di parola con cui entriamo in contatto.</p>



<p>Ci sono parole che favoriscono, ad esempio, il rilascio di Ossitocina (l’ormone dell’amore), altre di Dopamina (l’ormone della ricompensa), altre ancora di Cortisolo (l’ormone dello stress) e così via.</p>



<p>E perché queste scoperte sarebbero così sensazionali?</p>



<p>Semplice: perché il mix di ormoni che abbiamo in corpo dà vita a ciò che noi comunemente chiamiamo&nbsp;emozioni.</p>



<p>E le emozioni guidano i nostri pensieri, le nostre scelte, i nostri comportamenti.</p>



<p>Tutto questo ci insegna che esistono molti modi diversi di pensare, di dire e di scrivere le stesse cose e, in base a come lo facciamo, siamo in grado di modificare la percezione della realtà (nostra e degli altri) e, soprattutto, di veicolare (a noi stessi e agli altri) emozioni diverse.</p>



<p>Per esempio, dire a una persona che “svolgere il tal compito è difficile e richiede molti sacrifici” produce risultati diversi dal dirle che “svolgere il tal compito è sfidante e richiede il massimo impegno”, non trovi?&nbsp;</p>



<p><strong>I vantaggi dell’Intelligenza Linguistica</strong></p>



<p>Quanto detto fin qui non è che la punta dell’iceberg di questa sorprendente disciplina, la quale ha risvolti&nbsp;pratici e immediati&nbsp;in ogni contesto.</p>



<p>Pensa a tutte le volte in cui, pur essendo animato dalle migliori intenzioni, non sei riuscito a raggiungere i risultati relazionali che volevi: con tua figlia, con tua moglie, con tuo marito, col tuo collega, col tuo capo, col potenziale cliente, ecc.</p>



<p>Probabilmente accadeva perché non conoscevi questi meccanismi delle parole e del cervello umano e, dunque, usavi il linguaggio in modo un po’ randomico.</p>



<p>Approfondire questo argomento è di straordinaria importanza per chiunque, perché è in grado di migliorare ogni aspetto della propria vita a costo zero. Basta solo uscire dalla zona di comfort, impegnarsi un po’ ed essere costanti e, come per tutte le cose, dopo un po’ di tempo di pratica imparerai anche tu a usare in modo eccellente il grande potere magico del linguaggio.</p>
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		<title>L&#8217;INTERPRETE (E IL TRADUTTORE) &#8211; UN MESTIERE MOLTO PIÚ PRATICO DI QUANTO SI POSSA PENSARE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sergio Paris]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Jun 2023 16:44:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Interpretariato]]></category>
		<category><![CDATA[Traduzione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Chi svolge il mestiere dell’interprete e del traduttore sa molto bene quanto sia lungo e tortuoso il cammino da percorrere prima di poter fare questo lavoro. Ognuno, in base alle proprie scelte, decide di completare determinati studi. Ciò che accomuna tutti i professionisti del nostro settore, in misura più o meno ampia, è il percorso formativo che, come sappiamo, prevede molta teoria. Ma davvero il mestiere dell’interprete e del traduttore si basa su tanta teoria, senza la quale non sarebbe possibile svolgere questa attività sia su base libero-professionale che sotto forma di lavoratore dipendente? Non me ne vogliano i teorici, gli esperti alla base dei molti studi che io stesso ho fatto in prima persona, ma il mestiere dell’interprete (e del traduttore) è molto più pratico di quanto si possa pensare. Premetto che io stesso, prima di avviarmi alla libera professione, ho conseguito due lauree ovvero una in lingue e letterature straniere e l’altra in interpretazione. Ho seguito e sostenuto molti esami di linguistica, letteratura, teoria della traduzione e dell’interpretazione, ecc. che sono stati utili e imprescindibili per il professionista che sono oggi. Dopo più di vent’anni sul mercato e svariate giornate di interpretariato alle spalle, per non parlare delle parole scritte tradotte, mi rendo conto sempre di più che il nostro lavoro richiede una dose maggiore di pragmatismo e praticità, senza i quali saremmo tagliati fuori dal mercato. Vorrei analizzare in questo mio articolo tre punti fondamentali che nessuna facoltà universitaria per interpreti e traduttori è in grado di insegnare e che a mio avviso sono fondamentali per svolgere la nostra professione. FLESSIBILITÀ Spesso, direi quasi sempre, quando interfacciamo con un cliente più o meno abituale, ci rendiamo conto che non possiamo più dare per scontato che sappia come si svolge il nostro lavoro. È fondamentale mettersi nei suoi panni per far capire che un traduttore non è un interprete, che non si possono tradurre centinaia di parole da un giorno all’altro e che un interprete non è un computer da mettere da solo in un angolo della stanza in cui si svolge un evento a tradurre oralmente per ore e ore. Questi sono solo alcuni degli esempi più ricorrenti in cui è necessario far capire al cliente in cosa consiste il nostro lavoro e in che modo possiamo contribuire al suo successo in un contesto internazionale. Dobbiamo astrarci da tutta la teoria appresa all’università e non dare più per scontato che il cliente capisca il nostro linguaggio, quando proponiamo un servizio. È assolutamente necessario armarsi di flessibilità e togliersi di dosso quell’abito un po’ stretto che ci rende un po’ ingessati proprio perché dobbiamo rimanere fedeli ai dogmi della professione. CLIENTESE Non possiamo pretendere che il cliente sappia in che modo possiamo aiutarlo per dargli quel valore aggiunto di cui ha bisogno per fare la differenza. A volte, per capire le sue effettive esigenze, siamo noi stessi a dovergli spiegare come possiamo svolgere il nostro servizio. Bisogna parlare “clientese” e usare un linguaggio più semplice e diretto che gli spieghi che un interprete simultaneo, anzi due, possono tradurre contemporaneamente all’oratore di turno senza bisogno di interrompersi, mentre un interprete consecutivo prevede un risparmio di apparecchiatura tecnica, ma al contempo un allungamento dei tempi di svolgimento dell’evento. Sì, talvolta continua a chiamare traduttore quello che in realtà è un interprete. Se riteniamo sia il caso, possiamo spiegargli in parole semplici la differenza tra le due figure, ma molto probabilmente continuerà a chiamarci traduttori. Stabilire una comunicazione semplice ed efficace con il proprio committente è un aspetto oramai insito nella nostra professione. Prendiamoci del tempo per distaccarci dalle tipiche definizioni del nostro settore e usare un linguaggio “client-friendly” ovvero più alla portata del cliente. I LAVORATORI DELLA PAROLA ORALE E SCRITTA All’università ci è stato insegnato che non dobbiamo usare le parole a caso e che dietro a una soluzione traduttiva o interpretativa ci deve essere un controllo attento e ponderato del linguaggio settoriale di riferimento che non possiamo permetterci di non conoscere. Tuttavia, in questo mercato sempre più veloce che non ha più tempo di aspettare, ci vengono richiesti tempi di traduzione e di preparazione sempre più stringenti. Dobbiamo essere rapidi e pragmatici e capire come arrivare subito alla soluzione più calzante. A volte si va per tentativi e molto spesso il nostro intuito con alle spalle anni di esperienza ci porta immancabilmente sulla strada giusta. In conclusione, quando come interpreti in ambito tecnico siamo chiamati ad operare tra macchinari e utensili vari, in cui il livello di flessibilità richiesta è ai massimi livelli, ci si rende conto sempre di più che soprattutto il mestiere dell’interprete è più pratico e pragmatico che mai.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Chi svolge il mestiere dell’interprete e del traduttore sa molto bene quanto sia lungo e tortuoso il cammino da percorrere prima di poter fare questo lavoro. Ognuno, in base alle proprie scelte, decide di completare determinati studi. Ciò che accomuna tutti i professionisti del nostro settore, in misura più o meno ampia, è il percorso formativo che, come sappiamo, prevede molta teoria. Ma davvero il mestiere dell’interprete e del traduttore si basa su tanta teoria, senza la quale non sarebbe possibile svolgere questa attività sia su base libero-professionale che sotto forma di lavoratore dipendente? Non me ne vogliano i teorici, gli esperti alla base dei molti studi che io stesso ho fatto in prima persona, ma il mestiere dell’interprete (e del traduttore) è molto più pratico di quanto si possa pensare.</p>



<p>Premetto che io stesso, prima di avviarmi alla libera professione, ho conseguito due lauree ovvero una in lingue e letterature straniere e l’altra in interpretazione. Ho seguito e sostenuto molti esami di linguistica, letteratura, teoria della traduzione e dell’interpretazione, ecc. che sono stati utili e imprescindibili per il professionista che sono oggi. Dopo più di vent’anni sul mercato e svariate giornate di interpretariato alle spalle, per non parlare delle parole scritte tradotte, mi rendo conto sempre di più che il nostro lavoro richiede una dose maggiore di pragmatismo e praticità, senza i quali saremmo tagliati fuori dal mercato.</p>



<p>Vorrei analizzare in questo mio articolo tre punti fondamentali che nessuna facoltà universitaria per interpreti e traduttori è in grado di insegnare e che a mio avviso sono fondamentali per svolgere la nostra professione.</p>



<p>FLESSIBILITÀ</p>



<p>Spesso, direi quasi sempre, quando interfacciamo con un cliente più o meno abituale, ci rendiamo conto che non possiamo più dare per scontato che sappia come si svolge il nostro lavoro. È fondamentale mettersi nei suoi panni per far capire che un traduttore non è un interprete, che non si possono tradurre centinaia di parole da un giorno all’altro e che un interprete non è un computer da mettere da solo in un angolo della stanza in cui si svolge un evento a tradurre oralmente per ore e ore. Questi sono solo alcuni degli esempi più ricorrenti in cui è necessario far capire al cliente in cosa consiste il nostro lavoro e in che modo possiamo contribuire al suo successo in un contesto internazionale. Dobbiamo astrarci da tutta la teoria appresa all’università e non dare più per scontato che il cliente capisca il nostro linguaggio, quando proponiamo un servizio. È assolutamente necessario armarsi di flessibilità e togliersi di dosso quell’abito un po’ stretto che ci rende un po’ ingessati proprio perché dobbiamo rimanere fedeli ai dogmi della professione.</p>



<p>CLIENTESE</p>



<p>Non possiamo pretendere che il cliente sappia in che modo possiamo aiutarlo per dargli quel valore aggiunto di cui ha bisogno per fare la differenza. A volte, per capire le sue effettive esigenze, siamo noi stessi a dovergli spiegare come possiamo svolgere il nostro servizio. Bisogna parlare “clientese” e usare un linguaggio più semplice e diretto che gli spieghi che un interprete simultaneo, anzi due, possono tradurre contemporaneamente all’oratore di turno senza bisogno di interrompersi, mentre un interprete consecutivo prevede un risparmio di apparecchiatura tecnica, ma al contempo un allungamento dei tempi di svolgimento dell’evento. Sì, talvolta continua a chiamare traduttore quello che in realtà è un interprete. Se riteniamo sia il caso, possiamo spiegargli in parole semplici la differenza tra le due figure, ma molto probabilmente continuerà a chiamarci traduttori. Stabilire una comunicazione semplice ed efficace con il proprio committente è un aspetto oramai insito nella nostra professione. Prendiamoci del tempo per distaccarci dalle tipiche definizioni del nostro settore e usare un linguaggio “client-friendly” ovvero più alla portata del cliente.</p>



<p>I LAVORATORI DELLA PAROLA ORALE E SCRITTA</p>



<p>All’università ci è stato insegnato che non dobbiamo usare le parole a caso e che dietro a una soluzione traduttiva o interpretativa ci deve essere un controllo attento e ponderato del linguaggio settoriale di riferimento che non possiamo permetterci di non conoscere. Tuttavia, in questo mercato sempre più veloce che non ha più tempo di aspettare, ci vengono richiesti tempi di traduzione e di preparazione sempre più stringenti. Dobbiamo essere rapidi e pragmatici e capire come arrivare subito alla soluzione più calzante. A volte si va per tentativi e molto spesso il nostro intuito con alle spalle anni di esperienza ci porta immancabilmente sulla strada giusta.</p>



<p>In conclusione, quando come interpreti in ambito tecnico siamo chiamati ad operare tra macchinari e utensili vari, in cui il livello di flessibilità richiesta è ai massimi livelli, ci si rende conto sempre di più che soprattutto il mestiere dell’interprete è più pratico e pragmatico che mai.</p>
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		<title>COME GESTIRE IL CALO DI LAVORO DEL FREELANCE</title>
		<link>https://www.sergioparis.it/come-gestire-il-calo-di-lavoro-del-freelance/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Sergio Paris]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Jan 2023 16:40:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Interpretariato]]></category>
		<category><![CDATA[Traduzione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nessuno di noi liberi professionisti – tanto meno il sottoscritto – è immune al fisiologico e congiunturale calo di lavoro che talvolta può capitare. Non si verifica spesso, ma quando si presenta, va affrontato in maniera giusta. Il 2022, almeno per me, è stato un anno davvero ricco e costante dal punto di vista del flusso di lavoro. Devo ammettere che per tutti e dodici i mesi dell’anno ho sempre avuto molti incarichi, soprattutto nel secondo semestre. Credo sia stata anche una tendenza generale dovuta al fatto che il 2022 per molti settori, nonostante il clima di incertezza internazionale, è stato l’anno della ripresa e dell’entusiasmo di volerci riappropriare delle nostre vite, delle nostre abitudini e, non in ultimo, dei nostri progetti. Personalmente sono arrivato a fine anno con forse una dose un po’ eccessiva di stanchezza, al punto che nemmeno la pausa natalizia è bastata per rigenerarmi e ricaricare le batterie. Le previsioni per il 2023 – non mie e ci tengo a precisarlo – non sono molto positive come poteva essere stato il 2022. Non è questa la sede per discutere dei motivi che credo siano arcinoti e piuttosto intuibili: l’inflazione, l’aumento dei costi energetici e non in ultimo il perdurare della crisi geopolitica internazionale che indiscutibilmente va ad influire sull’andamento generale dell’economia. In sintesi, questo nuovo anno appena iniziato si sta rivelando molto più calmo di come ha esordito l’anno scorso in termini di richieste e preventivi. Seppur mentalmente preparati, non è mai facile vivere al meglio questi periodi in attesa che il lavoro riparta. Il primo pensiero che ci assale è mettere in dubbio il nostro valore, le nostre competenze. Non dovremmo mai cadere in questa tentazione, anche se a volte sembra inevitabile. Qui di seguito alcuni modi per affrontare questi periodi al meglio e soprattutto alcuni consigli per non cadere del tranello del “mea culpa”. E voi? Come gestite questi naturali e fisiologici momenti di calo di lavoro? La tentazione di cadere nella disperazione è sempre dietro l’angolo – ne so qualcosa. Anche dopo più di vent’anni di esperienza è facile restare impigliati in questa trappola. Adottare alcuni degli stratagemmi di cui sopra può essere sempre utile. Essere liberi professionisti significa anche questo e dovremmo essere flessibili e resilienti anche da questo punto di vista.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nessuno di noi liberi professionisti – tanto meno il sottoscritto – è immune al fisiologico e congiunturale calo di lavoro che talvolta può capitare. Non si verifica spesso, ma quando si presenta, va affrontato in maniera giusta.</p>



<p>Il 2022, almeno per me, è stato un anno davvero ricco e costante dal punto di vista del flusso di lavoro. Devo ammettere che per tutti e dodici i mesi dell’anno ho sempre avuto molti incarichi, soprattutto nel secondo semestre. Credo sia stata anche una tendenza generale dovuta al fatto che il 2022 per molti settori, nonostante il clima di incertezza internazionale, è stato l’anno della ripresa e dell’entusiasmo di volerci riappropriare delle nostre vite, delle nostre abitudini e, non in ultimo, dei nostri progetti. Personalmente sono arrivato a fine anno con forse una dose un po’ eccessiva di stanchezza, al punto che nemmeno la pausa natalizia è bastata per rigenerarmi e ricaricare le batterie.</p>



<p>Le previsioni per il 2023 – non mie e ci tengo a precisarlo – non sono molto positive come poteva essere stato il 2022. Non è questa la sede per discutere dei motivi che credo siano arcinoti e piuttosto intuibili: l’inflazione, l’aumento dei costi energetici e non in ultimo il perdurare della crisi geopolitica internazionale che indiscutibilmente va ad influire sull’andamento generale dell’economia. In sintesi, questo nuovo anno appena iniziato si sta rivelando molto più calmo di come ha esordito l’anno scorso in termini di richieste e preventivi.</p>



<p>Seppur mentalmente preparati, non è mai facile vivere al meglio questi periodi in attesa che il lavoro riparta. Il primo pensiero che ci assale è mettere in dubbio il nostro valore, le nostre competenze. Non dovremmo mai cadere in questa tentazione, anche se a volte sembra inevitabile.</p>



<p>Qui di seguito alcuni modi per affrontare questi periodi al meglio e soprattutto alcuni consigli per non cadere del tranello del “mea culpa”.</p>



<ol type="1">
<li>La prima cosa che dobbiamo fare, come anticipato, è non colpevolizzarsi e quindi nemmeno credere che sia solo colpa nostra. Non siamo macchine e questi momenti capitano anche per farci riflettere su noi stessi. La frenesia del lavoro non lascia mai il tempo per pensare e per rigenerarsi. Approfittiamone ora.</li>



<li>Recuperiamo le forze e dormiamo qualche ora in più. Per quanto mi riguarda, sto recuperando le energie profuse nel 2022 proprio ora e non lo faccio navigando nell’ozio, ma stando meno ore al PC.</li>



<li>Facciamo le cose di lavoro per cui non abbiamo mai il tempo necessario. Ad esempio, nel mio caso, aggiornare il CV con le tante giornate di interpretariato svolte nel 2022 e fare la manutenzione del mio sito web, in cui sto inserendo nuovi servizi. Un’altra possibile attività è anche la riorganizzazione della contabilità per la quale ho apportato alcune piccole migliorie per rendere la gestione degli incarichi e della fatturazione il più agevole possibile (un aspetto che a me ogni volta assorbe molto tempo).</li>



<li>Approfittiamo per dare più spazio alla nostra vita personale e ai nostri hobby. Da avido lettore e appassionato di sport non posso non cogliere quest’occasione per leggere di più (ho quasi finito il mio terzo libro del 2023) e concedermi qualche sessione in più di nuoto libero. Sono momenti dopo i quali mi sento talmente bene che quasi quasi non mi manca affatto il lavoro. Non di solo pane vive l’uomo!</li>



<li>Non cadiamo nella tentazione di accettare qualsiasi lavoro che in momenti più pieni non avremmo mai esitato a rifiutare. Ancor peggio sarebbe abbassare le tariffe per paura di perdere clienti. Tra l’altro, anch’io cerco di trovare nuovi clienti, nuove fonti di lavoro, ma mai e poi mai abbasserei le mie tariffe per calamitare nuovi incarichi che possano colmare il vuoto di fatturato che potrebbe esserci – magari seguirà un mese con un fatturato doppio, chi può dirlo?</li>



<li>Non stiamo troppo tempo al PC e non controlliamo in maniera ossessiva la posta elettronica in attesa della cosiddetta “manna dal cielo”. Non funziona così. Per esperienza il lavoro inizia a riprendere proprio quando meno ce lo aspettiamo e siamo intenti a fare tutt’altro.</li>
</ol>



<p>E voi? Come gestite questi naturali e fisiologici momenti di calo di lavoro? La tentazione di cadere nella disperazione è sempre dietro l’angolo – ne so qualcosa. </p>



<p>Anche dopo più di vent’anni di esperienza è facile restare impigliati in questa trappola. Adottare alcuni degli stratagemmi di cui sopra può essere sempre utile. Essere liberi professionisti significa anche questo e dovremmo essere flessibili e resilienti anche da questo punto di vista.</p>
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		<title>INTERPRETARIATO IN FIERA</title>
		<link>https://www.sergioparis.it/interpretariato-in-fiera/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Sergio Paris]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Oct 2022 10:39:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Interpretariato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se penso ai tanti contesti in cui mi sono trovato a svolgere la mia professione di interprete, credo che la fiera sia quello in cui la flessibilità e la dinamicità la fanno da padrone. La mia ultima esperienza ad Automechanika 2022 a Francoforte sul Meno, in uno dei più grandi poli fieristici al mondo, mi ha fatto proprio riflettere su questo aspetto. Nei miei vent’anni di libera professione devo ammettere di non essere nuovo alle fiere, anche se non è il contesto in cui ho prestato servizio prevalentemente. Ho lavorato soprattutto alle fiere in Germania, a Monaco di Baviera, Norimberga e quindi a Francoforte, oltre che in occasione di altri appuntamenti fieristici di minore importanza qui in Italia. A prescindere dal settore e dalla dimensione dell’evento fieristico, ho sempre trovato la fiera come una delle piazze più dinamiche e stimolanti che ci possano essere. Si svolgono in una determinata nazione, ma si ha come l’impressione di trovarsi sempre in un “non luogo” per l’aria internazionale che si respira. Sembra un po’ quando ci si trova in un aeroporto in cui l’unico comune denominatore dei milioni di persone che si incontrano è il viaggio. In fiera è esattamente la stessa cosa. Non ci sono pregiudizi o barriere linguistico-culturali, quando l’unico obiettivo comune è instaurare relazioni. La mia ultima fiera, come dicevo, mi ha dato conferma di tutto questo. Ad Automechanika 2022, la principale fiera di riferimento per quanto concerne l’aftermarket e la ricambistica per l’automotive mi ha visto ancora una volta alle prese con tutto ciò che un interprete dovrebbe garantire: competenza, flessibilità, dinamicità. Nel nostro settore si tende a screditare l’interpretariato in fiera o comunque a considerarlo come un servizio di serie b, spesso assimilabile al servizio di hostess. Non è così. Nel mio caso specifico ho avuto la fortuna e il piacere di lavorare per un portale di riferimento per il settore dei ricambi in Italia e in Europa che si occupa di offrire un servizio di catalogazione online per gli operatori del settore, oltre a rappresentare una testata giornalistica per tutto ciò che concerne il mondo dell’aftermarket. I miei servizi in fiera hanno rispecchiato esattamente le varie esigenze del mio cliente nella gestione dei suoi partner stranieri. Mi sono ritrovato a vagare nei dieci padiglioni della fiera con il responsabile marketing a tradurre le varie trattative commerciali per acquisire nuovi contatti con operatori di tutto il mondo. Non in ultimo, ho tradotto in consecutiva e talvolta in chuchotage alcune interviste sia dal tedesco che dall’inglese verso l’italiano per alcuni video redazionali, sia per motivi promozionali che come contenuto di informazione per la loro attività giornalistica. Se è vero che il futuro della comunicazione multilingue ci vede sempre più proiettati a nuove sfide in contesti più o meno tradizionali, la fiera è senz’altro un’ottima palestra per flessibilità, dinamicità e immedesimazione ovvero quei requisiti di fronte ai quali un interprete non dovrebbe mai farsi trovare impreparato.</p>
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<p>Se penso ai tanti contesti in cui mi sono trovato a svolgere la mia professione di interprete, credo che la fiera sia quello in cui la flessibilità e la dinamicità la fanno da padrone. La mia ultima esperienza ad Automechanika 2022 a Francoforte sul Meno, in uno dei più grandi poli fieristici al mondo, mi ha fatto proprio riflettere su questo aspetto.</p>



<p>Nei miei vent’anni di libera professione devo ammettere di non essere nuovo alle fiere, anche se non è il contesto in cui ho prestato servizio prevalentemente. Ho lavorato soprattutto alle fiere in Germania, a Monaco di Baviera, Norimberga e quindi a Francoforte, oltre che in occasione di altri appuntamenti fieristici di minore importanza qui in Italia. A prescindere dal settore e dalla dimensione dell’evento fieristico, ho sempre trovato la fiera come una delle piazze più dinamiche e stimolanti che ci possano essere. Si svolgono in una determinata nazione, ma si ha come l’impressione di trovarsi sempre in un “non luogo” per l’aria internazionale che si respira. Sembra un po’ quando ci si trova in un aeroporto in cui l’unico comune denominatore dei milioni di persone che si incontrano è il viaggio. In fiera è esattamente la stessa cosa. Non ci sono pregiudizi o barriere linguistico-culturali, quando l’unico obiettivo comune è instaurare relazioni.</p>



<p>La mia ultima fiera, come dicevo, mi ha dato conferma di tutto questo. Ad Automechanika 2022, la principale fiera di riferimento per quanto concerne l’aftermarket e la ricambistica per l’automotive mi ha visto ancora una volta alle prese con tutto ciò che un interprete dovrebbe garantire: competenza, flessibilità, dinamicità.</p>



<p>Nel nostro settore si tende a screditare l’interpretariato in fiera o comunque a considerarlo come un servizio di serie b, spesso assimilabile al servizio di hostess. Non è così. Nel mio caso specifico ho avuto la fortuna e il piacere di lavorare per un portale di riferimento per il settore dei ricambi in Italia e in Europa che si occupa di offrire un servizio di catalogazione online per gli operatori del settore, oltre a rappresentare una testata giornalistica per tutto ciò che concerne il mondo dell’aftermarket.</p>



<p>I miei servizi in fiera hanno rispecchiato esattamente le varie esigenze del mio cliente nella gestione dei suoi partner stranieri. Mi sono ritrovato a vagare nei dieci padiglioni della fiera con il responsabile marketing a tradurre le varie trattative commerciali per acquisire nuovi contatti con operatori di tutto il mondo. Non in ultimo, ho tradotto in consecutiva e talvolta in chuchotage alcune interviste sia dal tedesco che dall’inglese verso l’italiano per alcuni video redazionali, sia per motivi promozionali che come contenuto di informazione per la loro attività giornalistica.</p>



<p>Se è vero che il futuro della comunicazione multilingue ci vede sempre più proiettati a nuove sfide in contesti più o meno tradizionali, la fiera è senz’altro un’ottima palestra per flessibilità, dinamicità e immedesimazione ovvero quei requisiti di fronte ai quali un interprete non dovrebbe mai farsi trovare impreparato.</p>
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		<title>L’IMPRESA FARAONICA DELL’INTERPRETE &#8211; LA CONSECUTIVA</title>
		<link>https://www.sergioparis.it/limpresa-faraonica-dellinterprete-la-consecutiva/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Sergio Paris]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Sep 2022 12:42:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Interpretariato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La caldissima estate, ormai agli sgoccioli, mi ha visto alle prese con un incarico impegnativo e al contempo prestigioso. Tradurre il più grande egittologo al mondo, Zahi Hawass, mi ha portato a rivedere una delle tecniche fondamentali dell’interprete: l’interpretazione consecutiva. Prima di entrare nel vivo, è bene fare una premessa. Quando mi è stato conferito l’incarico, l’identità del mio relatore mi è stata svelata soltanto quattro giorni prima del servizio. Inoltre, non avrei ricevuto nessun materiale di riferimento, visto che il relatore sarebbe andato a braccio. L’occasione dell’intervento di Hawass presso il Museo Archeologico Nazionale dell’Umbria era il centenario dalla scoperta della tomba di Tutankhamon, il faraone fanciullo ovvero il più famoso e misterioso imperatore dell’Antico Egitto. Come al solito, il tempo a disposizione per garantire una solida preparazione non era molto. Per ottimizzare il mio lavoro ho preso due strade; la prima era cercare di capire come avrebbe parlato in inglese l’esperto egiziano (tra le varianti forse meno comprensibili), la seconda, successiva e concomitante alla prima, era rispolverare tutto il mio bagaglio culturale sull’Antico Egitto e soprattutto studiare la XVIII dinastia durante il periodo del Nuovo Regno. Quindi, dopo aver visionato alcuni video su YouTube di alcuni interventi di Hawass in giro per il mondo, soprattutto nelle università nordamericane, ho ripreso i libri di storia di mio figlio per un’infarinatura generale sull’Antico Egitto. Dopodiché mi sono messo giù con carta e penna a disegnare l’albero genealogico di Tutankhamon. Qualcosa mi diceva che avrei dovuto affrontare una carrellata di nomi (per me impronunciabili). Per ogni nome ho preso nota delle caratteristiche principali dei vari componenti della dinastia. Una cosa era chiara. Avrei avuto a che fare con un incarico particolarmente denso di informazioni. Qualcosa tuttavia era dalla mia parte. L’interesse verso questa materia era particolarmente vivo, seppur non l’avessi ancora mai affrontata seriamente come questa volta. Arrivato il giorno dell’incarico, devo ammettere che mi sentivo abbastanza preparato ma consapevole che avrei avuto a che fare con un oratore davvero ostico (e così è stato). A volte nei minuti di attesa è buona norma interloquire con l’esperto da tradurre, se non altro per capire il suo accento e rendermi conto meglio degli effettivi contenuti che da lì a poco sarebbero stati esposti. Zahi Hawass non si concede in chiacchiere e le temperature particolarmente elevate all’interno della sala adibita alla lectio magistralis gremita di gente non lo rendevano particolarmente propenso a confrontarsi con l’interprete. Tra l’altro, durante il discorso, voleva avere il podio tutto per sé e nessuno doveva stargli accanto. Come affrontare a livello tecnico un incarico di interpretazione consecutiva di questo tipo? La buona scuola ci dice di prendere gli appunti mentre stiamo ascoltando, in modo da avere una buona base di appoggio per la nostra memoria al momento della resa. Questo è il principio che mi sono portato avanti in questi vent’anni di libera professione, sebbene nel corso del tempo ho imparato a sfruttare meglio la memoria a discapito di una minore quantità di appunti presi. I primissimi minuti dell’intervento mi hanno fatto subito capire che cercare di prendere appunti non mi era assolutamente di aiuto. Zahi Hawass parlava molto velocemente e per di più non mi lasciava il tempo necessario per completare la mia resa. L’unica cosa da fare era memorizzare più possibile la sua narrazione, perché effettivamente aveva instaurato un rapporto di storytelling con il suo pubblico, e prendere nota soltanto dei nomi da lui citati nello stesso modo in cui venivano pronunciati dall’oratore, mettendo da parte tutto il lavoro preliminare di simbologia dei vari faraoni. Cosa fondamentale, inoltre, era concentrarsi sulle informazioni principali ed essere sintetico, chiaro e veloce, senza risultare troppo concitato, nella resa in italiano, per la quale mi veniva concesso talvolta davvero troppo poco tempo. Dopo i primi cinque minuti, nonostante i ritmi serratissimi, mi sentivo in sintonia con l’oratore e chi tra il pubblico riusciva a seguire anche in inglese se ne è accorto ed ha apprezzato il mio lavoro, in assoluto tra i più sfidanti degli ultimi anni di libera professione. Credo, e sono quasi convinto di non sbagliarmi, che gli interpreti in generale prediligano l’interpretazione simultanea, che per quanto impegnativa per il carico cognitivo previsto, è più rassicurante, vuoi per il fatto che non si viene visti e inoltre abbiamo la possibilità di farci assistere dal nostro compagno o dalla nostra compagna di cabina. Insomma, per oratori particolarmente ostici e non così “interpreter-friendly”, per così dire, la consecutiva può rappresentare una grande sfida soprattutto emotiva, ma che può invece insegnare molto a noi interpreti dal punto di vista psicologico, ma anche e soprattutto tecnico. Gli appunti sono solo un mezzo per lo strumento principale dell’interprete: la memoria. Ogni minima distrazione che possa compromettere la nostra capacità di memorizzazione è bandita. Non c’è una sola scuola di pensiero e ogni interprete ha le proprie peculiarità e i propri punti deboli. Il mio è sicuramente il note-taking. Non riesco a scrivere bene e velocemente ed è per questo che ho fatto della memoria il mio strumento compensativo per eccellenza. Come sostiene la maggior parte degli studiosi di interpretazione di conferenza, posso confermare l’importanza e la propedeuticità dell’interpretazione consecutiva, di cui noi interpreti non possiamo fare a meno, perché ci insegna a sviluppare la nostra capacità mnemonica. L’interpretazione consecutiva è a tutti gli effetti la madre dell’interpretazione simultanea, è l’esercizio necessario al quale ogni interprete deve sottoporsi sia durante il percorso formativo che professionale. Ci obbliga a stare in prima linea, visto che il pubblico si accorge della nostra presenza. Quando lavoriamo come interpreti consecutivisti, non siamo solo una voce, ma diventiamo parte attiva, in carne ed ossa, del processo comunicativo interlinguistico in atto.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>La caldissima estate, ormai agli sgoccioli, mi ha visto alle prese con un incarico impegnativo e al contempo prestigioso. Tradurre il più grande egittologo al mondo, Zahi Hawass, mi ha portato a rivedere una delle tecniche fondamentali dell’interprete: l’interpretazione consecutiva.</p>



<p>Prima di entrare nel vivo, è bene fare una premessa. Quando mi è stato conferito l’incarico, l’identità del mio relatore mi è stata svelata soltanto quattro giorni prima del servizio. Inoltre, non avrei ricevuto nessun materiale di riferimento, visto che il relatore sarebbe andato a braccio. L’occasione dell’intervento di Hawass presso il Museo Archeologico Nazionale dell’Umbria era il centenario dalla scoperta della tomba di Tutankhamon, il faraone fanciullo ovvero il più famoso e misterioso imperatore dell’Antico Egitto.</p>



<p>Come al solito, il tempo a disposizione per garantire una solida preparazione non era molto. Per ottimizzare il mio lavoro ho preso due strade; la prima era cercare di capire come avrebbe parlato in inglese l’esperto egiziano (tra le varianti forse meno comprensibili), la seconda, successiva e concomitante alla prima, era rispolverare tutto il mio bagaglio culturale sull’Antico Egitto e soprattutto studiare la XVIII dinastia durante il periodo del Nuovo Regno. Quindi, dopo aver visionato alcuni video su YouTube di alcuni interventi di Hawass in giro per il mondo, soprattutto nelle università nordamericane, ho ripreso i libri di storia di mio figlio per un’infarinatura generale sull’Antico Egitto. Dopodiché mi sono messo giù con carta e penna a disegnare l’albero genealogico di Tutankhamon. Qualcosa mi diceva che avrei dovuto affrontare una carrellata di nomi (per me impronunciabili). Per ogni nome ho preso nota delle caratteristiche principali dei vari componenti della dinastia. Una cosa era chiara. Avrei avuto a che fare con un incarico particolarmente denso di informazioni. Qualcosa tuttavia era dalla mia parte. L’interesse verso questa materia era particolarmente vivo, seppur non l’avessi ancora mai affrontata seriamente come questa volta.</p>



<p>Arrivato il giorno dell’incarico, devo ammettere che mi sentivo abbastanza preparato ma consapevole che avrei avuto a che fare con un oratore davvero ostico (e così è stato). A volte nei minuti di attesa è buona norma interloquire con l’esperto da tradurre, se non altro per capire il suo accento e rendermi conto meglio degli effettivi contenuti che da lì a poco sarebbero stati esposti. Zahi Hawass non si concede in chiacchiere e le temperature particolarmente elevate all’interno della sala adibita alla lectio magistralis gremita di gente non lo rendevano particolarmente propenso a confrontarsi con l’interprete. Tra l’altro, durante il discorso, voleva avere il podio tutto per sé e nessuno doveva stargli accanto.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="575" src="https://www.sergioparis.it/wp-content/uploads/2022/09/296164398_465452692250425_3591757578683015703_n.jpg" alt="" class="wp-image-5360" srcset="https://www.sergioparis.it/wp-content/uploads/2022/09/296164398_465452692250425_3591757578683015703_n.jpg 1024w, https://www.sergioparis.it/wp-content/uploads/2022/09/296164398_465452692250425_3591757578683015703_n-300x168.jpg 300w, https://www.sergioparis.it/wp-content/uploads/2022/09/296164398_465452692250425_3591757578683015703_n-768x431.jpg 768w, https://www.sergioparis.it/wp-content/uploads/2022/09/296164398_465452692250425_3591757578683015703_n-500x281.jpg 500w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption><em>Interpretazione consecutiva En>It &#8211; <em>Zahi Hawass</em> &#8220;100 dalla scoperta della morte di Tutankhamon&#8221; </em></figcaption></figure>



<p>Come affrontare a livello tecnico un incarico di interpretazione consecutiva di questo tipo? La buona scuola ci dice di prendere gli appunti mentre stiamo ascoltando, in modo da avere una buona base di appoggio per la nostra memoria al momento della resa. Questo è il principio che mi sono portato avanti in questi vent’anni di libera professione, sebbene nel corso del tempo ho imparato a sfruttare meglio la memoria a discapito di una minore quantità di appunti presi. I primissimi minuti dell’intervento mi hanno fatto subito capire che cercare di prendere appunti non mi era assolutamente di aiuto. Zahi Hawass parlava molto velocemente e per di più non mi lasciava il tempo necessario per completare la mia resa. L’unica cosa da fare era memorizzare più possibile la sua narrazione, perché effettivamente aveva instaurato un rapporto di storytelling con il suo pubblico, e prendere nota soltanto dei nomi da lui citati nello stesso modo in cui venivano pronunciati dall’oratore, mettendo da parte tutto il lavoro preliminare di simbologia dei vari faraoni. Cosa fondamentale, inoltre, era concentrarsi sulle informazioni principali ed essere sintetico, chiaro e veloce, senza risultare troppo concitato, nella resa in italiano, per la quale mi veniva concesso talvolta davvero troppo poco tempo. Dopo i primi cinque minuti, nonostante i ritmi serratissimi, mi sentivo in sintonia con l’oratore e chi tra il pubblico riusciva a seguire anche in inglese se ne è accorto ed ha apprezzato il mio lavoro, in assoluto tra i più sfidanti degli ultimi anni di libera professione.</p>



<p>Credo, e sono quasi convinto di non sbagliarmi, che gli interpreti in generale prediligano l’interpretazione simultanea, che per quanto impegnativa per il carico cognitivo previsto, è più rassicurante, vuoi per il fatto che non si viene visti e inoltre abbiamo la possibilità di farci assistere dal nostro compagno o dalla nostra compagna di cabina. Insomma, per oratori particolarmente ostici e non così “interpreter-friendly”, per così dire, la consecutiva può rappresentare una grande sfida soprattutto emotiva, ma che può invece insegnare molto a noi interpreti dal punto di vista psicologico, ma anche e soprattutto tecnico. Gli appunti sono solo un mezzo per lo strumento principale dell’interprete: la memoria. Ogni minima distrazione che possa compromettere la nostra capacità di memorizzazione è bandita. Non c’è una sola scuola di pensiero e ogni interprete ha le proprie peculiarità e i propri punti deboli. Il mio è sicuramente il note-taking. Non riesco a scrivere bene e velocemente ed è per questo che ho fatto della memoria il mio strumento compensativo per eccellenza.</p>



<p>Come sostiene la maggior parte degli studiosi di interpretazione di conferenza, posso confermare l’importanza e la propedeuticità dell’interpretazione consecutiva, di cui noi interpreti non possiamo fare a meno, perché ci insegna a sviluppare la nostra capacità mnemonica. L’interpretazione consecutiva è a tutti gli effetti la madre dell’interpretazione simultanea, è l’esercizio necessario al quale ogni interprete deve sottoporsi sia durante il percorso formativo che professionale. Ci obbliga a stare in prima linea, visto che il pubblico si accorge della nostra presenza.</p>



<p>Quando lavoriamo come interpreti consecutivisti, non siamo solo una voce, ma diventiamo parte attiva, in carne ed ossa, del processo comunicativo interlinguistico in atto.</p>
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		<title>INTERPRETARE I NUMERI</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sergio Paris]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Mar 2022 09:18:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Interpretariato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il titolo di questo mio nuovo articolo potrebbe essere ambiguo e far pensare che dalla professione di interprete sono passato a quella di matematico o numerologo. No, non è così. Mi riferisco più propriamente a quei dannati numeri che ogni giorno noi interpreti ci troviamo a dover tradurre in simultanea e non solo. L’ispirazione per questo mio nuovo contributo è stata duplice. Da un lato vengo da una recentissima esperienza, ahimè non molto piacevole, di essermi trovato in cabina ad aver sbagliato la traduzione di un numero. Sì, gli interpreti non sono infallibili. Non sembra, ma siamo essere umani anche noi, seppur la tecnica della simultanea potrebbe dare l’impressione che veniamo da un altro pianeta. Il mio errore, a dire la verità l’unico che ho fatto, non è stato ben apprezzato dal cliente che ha fatto di tutto per farmelo pesare, al punto da disprezzare totalmente tutta la mia prestazione, in cui il numero rappresentava una piccolissima parte, non del tutto indifferente, ma nemmeno così determinante. La seconda fonte di ispirazione per questo articolo è stato il blog della collega Lourdes De Rioja che ha scritto proprio a tal riguardo. L’incipit del suo post mi ha letteralmente letto nel pensiero, quando dice che anche gli interpreti con esperienza trovano difficoltà nel tradurre i numeri. Ho deciso quindi di tradurre in italiano il suo articolo in inglese e di fare tesoro dei consigli di Louise Jarvis (interprete di conference e trainer all’Università di Bath) citati da Lourdes nel suo articolo. Articolo in originale: https://www.lourdesderioja.com/2022/02/08/interpreting-numbers/ La mia traduzione in italiano: Vorrei rassicurare tutti gli studenti di interpretazione sul fatto che persino gli interpreti di conferenza con esperienza hanno difficoltà con i numeri. In questo video, Louise Jarvis, interprete di conferenza freelance e trainer all’Università di Bath, spiega come mai sono così difficili da tradurre e ci dà cinque consigli pratici che potrebbero aiutarci a gestirli senza problemi. Come mai quindi i numeri sono così difficili da gestire? Louise sostiene che sono tre le ragioni principali. In primo luogo, un’informazione che contiene un numero di solito è particolarmente ricca. Non soltanto l’interprete deve tradurre il numero in sé (e non sempre in maniera così diretta come potrebbe sembrare), ma è necessario anche cogliere in maniera corretta l’ordine di grandezza, riprodurre il nome al quale il numero si riferisce e capire le informazioni annesse come le unità di misura, le date, se la cifra aumenta o diminuisce e se è approssimativa o precisa. In secondo luogo, non è facile prevedere i numeri. Mentre potremmo essere in grado di anticipare le argomentazioni dell’oratore, sarà molto più difficile prevedere i numeri precisi citati a sostegno di tale argomentazione. Infine, i numeri interrompono la nostra resa, obbligandoci a un improvviso cambio di décalage e a un conseguente intervallo prima di ristabilire il nostro solito ritmo di lavoro. Eccovi cinque consigli pratici per aiutarvi a superare queste difficoltà innegabili. 1. Preparare i numeri Tenete a portata di mano i numeri relativi a nomi, brevetti o casi di studio, in modo da poterli leggere a voce alta quando vengono menzionati. Ricercate i nomi dei prodotti e delle unità a loro connesse, così da acquisire familiarità e migliorare la vostra capacità di elaborare meglio questi numeri. Sapere in quale ordine di grandezza vengono utilizzati vi aiuterà a tenere sotto controllo la vostra interpretazione rispetto al senso generale. A tal proposito la collega Francesca Maria Frittella ha svolto un interessante lavoro di ricerca che vale la pena approfondire. 2. Riformulare le frasi In un meeting in simultanea, un modo per affrontare una cifra isolata è riformulare la frase in modo da pronunciare prima il numero ed ovviare al fatto di dover memorizzare il numero per troppo tempo. 3. Prendere nota dei numeri Se vi trovate di fronte a un elenco completo di numeri, si consiglia di scriverli in modo da ridurre la pressione che viene esercitata sul nostro cervello. Inoltre potete esercitarvi a prendere nota dei numeri in modo che il processo diventi automatico. Scriveteli non appena li sentite e utilizzate abbreviazioni chiare per i diversi ordini di grandezza. L’interpretazione è un lavoro di squadra e magari i vostri compagni di cabina potrebbero aiutarvi a scrivere i numeri, se anche loro lavorano dalla vostra stessa lingua di partenza. 4. Differenziare in maniera chiara tra “da”, “a” e “del” Se registrate un incremento o una diminuzione, assicuratevi che ci sia un modo chiaro per distinguere tra un aumento da un certo numero a un altro numero di unità o di una certa percentuale. Nel video ci sono degli esempi. 5. Analizzare la funzione del numero Infine, fate un’analisi dell’idea che quel numero rappresenta per capire quale sia la sua funzione, dato che tutti i numeri sono importanti ma alcuni sono più importanti di altri. Mentre il numero di una direttiva o di un brevetto deve essere necessariamente individuato con la massima precisione, un numero rappresentativo di una quantità ancor più ampia non deve essere reso per forza in maniera esatta. Infatti, potrebbe essere un buon servizio per chi ascolta analizzare l’idea e dare un’approssimazione del dato per illustrare il punto di vista dell’oratore. Louise JARVIS, interprete di conferenza professionista</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il titolo di questo mio nuovo articolo potrebbe essere ambiguo e far pensare che dalla professione di interprete sono passato a quella di matematico o numerologo. No, non è così. Mi riferisco più propriamente a quei dannati numeri che ogni giorno noi interpreti ci troviamo a dover tradurre in simultanea e non solo.</p>



<p>L’ispirazione per questo mio nuovo contributo è stata duplice. Da un lato vengo da una recentissima esperienza, ahimè non molto piacevole, di essermi trovato in cabina ad aver sbagliato la traduzione di un numero. Sì, gli interpreti non sono infallibili. Non sembra, ma siamo essere umani anche noi, seppur la tecnica della simultanea potrebbe dare l’impressione che veniamo da un altro pianeta. Il mio errore, a dire la verità l’unico che ho fatto, non è stato ben apprezzato dal cliente che ha fatto di tutto per farmelo pesare, al punto da disprezzare totalmente tutta la mia prestazione, in cui il numero rappresentava una piccolissima parte, non del tutto indifferente, ma nemmeno così determinante.</p>



<p>La seconda fonte di ispirazione per questo articolo è stato il blog della collega <a href="https://www.lourdesderioja.com/">Lourdes De Rioja</a> che ha scritto proprio a tal riguardo. L’incipit del suo post mi ha letteralmente letto nel pensiero, quando dice che anche gli interpreti con esperienza trovano difficoltà nel tradurre i numeri. Ho deciso quindi di tradurre in italiano il suo articolo in inglese e di fare tesoro dei consigli di Louise Jarvis (interprete di conference e trainer all’Università di Bath) citati da Lourdes nel suo articolo.</p>



<p>Articolo in originale: <a href="https://www.lourdesderioja.com/2022/02/08/interpreting-numbers/">https://www.lourdesderioja.com/2022/02/08/interpreting-numbers/</a></p>



<p><em><u>La mia traduzione in italiano:</u></em></p>



<p>Vorrei rassicurare tutti gli studenti di interpretazione sul fatto che persino gli interpreti di conferenza con esperienza hanno difficoltà con i numeri.</p>



<p>In questo video, Louise Jarvis, interprete di conferenza freelance e trainer all’Università di Bath, spiega come mai sono così difficili da tradurre e ci dà cinque consigli pratici che potrebbero aiutarci a gestirli senza problemi.</p>



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<p>Come mai quindi i numeri sono così difficili da gestire? Louise sostiene che sono tre le ragioni principali. In primo luogo, un’informazione che contiene un numero di solito è particolarmente ricca. Non soltanto l’interprete deve tradurre il numero in sé (e non sempre in maniera così diretta come potrebbe sembrare), ma è necessario anche cogliere in maniera corretta l’ordine di grandezza, riprodurre il nome al quale il numero si riferisce e capire le informazioni annesse come le unità di misura, le date, se la cifra aumenta o diminuisce e se è approssimativa o precisa. In secondo luogo, non è facile prevedere i numeri. Mentre potremmo essere in grado di anticipare le argomentazioni dell’oratore, sarà molto più difficile prevedere i numeri precisi citati a sostegno di tale argomentazione. Infine, i numeri interrompono la nostra resa, obbligandoci a un improvviso cambio di décalage e a un conseguente intervallo prima di ristabilire il nostro solito ritmo di lavoro.</p>



<p>Eccovi cinque consigli pratici per aiutarvi a superare queste difficoltà innegabili.</p>



<p>1. <em>Preparare i numeri</em></p>



<p>Tenete a portata di mano i numeri relativi a nomi, brevetti o casi di studio, in modo da poterli leggere a voce alta quando vengono menzionati. Ricercate i nomi dei prodotti e delle unità a loro connesse, così da acquisire familiarità e migliorare la vostra capacità di elaborare meglio questi numeri. Sapere in quale ordine di grandezza vengono utilizzati vi aiuterà a tenere sotto controllo la vostra interpretazione rispetto al senso generale. A tal proposito la collega <a href="http://Francesca Maria Frittella">Francesca Maria Frittella</a> ha svolto un interessante lavoro di ricerca che vale la pena approfondire.</p>



<p>2. <em>Riformulare le frasi</em></p>



<p>In un meeting in simultanea, un modo per affrontare una cifra isolata è riformulare la frase in modo da pronunciare prima il numero ed ovviare al fatto di dover memorizzare il numero per troppo tempo.</p>



<p>3. <em>Prendere nota dei numeri</em></p>



<p>Se vi trovate di fronte a un elenco completo di numeri, si consiglia di scriverli in modo da ridurre la pressione che viene esercitata sul nostro cervello. Inoltre potete esercitarvi a prendere nota dei numeri in modo che il processo diventi automatico. Scriveteli non appena li sentite e utilizzate abbreviazioni chiare per i diversi ordini di grandezza. L’interpretazione è un lavoro di squadra e magari i vostri compagni di cabina potrebbero aiutarvi a scrivere i numeri, se anche loro lavorano dalla vostra stessa lingua di partenza.</p>



<p>4. <em>Differenziare in maniera chiara tra “da”, “a” e “del”</em></p>



<p>Se registrate un incremento o una diminuzione, assicuratevi che ci sia un modo chiaro per distinguere tra un aumento da un certo numero a un altro numero di unità o di una certa percentuale. Nel video ci sono degli esempi.</p>



<p>5. <em>Analizzare la funzione del numero</em></p>



<p>Infine, fate un’analisi dell’idea che quel numero rappresenta per capire quale sia la sua funzione, dato che tutti i numeri sono importanti ma alcuni sono più importanti di altri. Mentre il numero di una direttiva o di un brevetto deve essere necessariamente individuato con la massima precisione, un numero rappresentativo di una quantità ancor più ampia non deve essere reso per forza in maniera esatta. Infatti, potrebbe essere un buon servizio per chi ascolta analizzare l’idea e dare un’approssimazione del dato per illustrare il punto di vista dell’oratore.</p>



<p>Louise JARVIS, interprete di conferenza professionista</p>
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		<title>TI CONSIGLIO UN LIBRO: “I FUNAMBOLI DELLA PAROLA”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sergio Paris]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Jan 2022 16:13:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Formazione]]></category>
		<category><![CDATA[Interpretariato]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Traduzione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Vi avevo già raccontato di quanto la lettura sia fondamentale per me, non soltanto dal punto di vista personale, ma anche come importante occasione di formazione. Leggere è la prima inestimabile fonte di ricchezza che abbiamo a portata di mano, come ho avuto modo di parlare in questo mio articolo (https://www.sergioparis.it/la-formazione-a-portata-di-mano/). Per questo motivo oggi vi parlerò di uno dei miei ultimi libri letti che riguarda proprio il nostro settore dei servizi linguistici. Il titolo del saggio è: “I funamboli della parola – Le traduzioni che hanno cambiato la storia” e l’autrice è Anna Aslanyan, giornalista, traduttrice letteraria e interprete giudiziaria. Nata a Mosca e attualmente residente a Londra, scrive per “The Spectator” e “London Review of Books”. “I Funamboli della parola” è il suo primo libro. Sinossi I&#160;rapporti diplomatici raramente funzionano senza un esercito invisibile di traduttori e interpreti. Pur trascurati, alcuni di essi sono riusciti ad alterare, nel bene o nel male, gli eventi della storia. Anna Aslanyan – giornalista russo-inglese con molti anni di esperienza nel settore – esplora i retroscena di astuzia e ambizione, eroismo e incompetenza, che hanno avuto come protagonisti i professionisti della traduzione, scoprendo fin dove può arrivare un semplice malinteso. Hiroshima sarebbe stata bombardata lo stesso se il dispaccio giapponese non fosse stato tradotto in modo ambiguo? La resa delle barzellette di Berlusconi ha dato una svolta alle cene del G8? Come reagì l’interprete ebreo di Göring durante il Processo di Norimberga? Che ruolo hanno avuto i dragomanni o i dizionari idiomatici nel dichiarare guerre o tessere alleanze? Quando una frase galante diventa offensiva? Aslanyan prova a dare una risposta ricorrendo a diciotto esempi tratti da varie epoche e culture: dagli intrighi di corte risolti da zelanti interpreti al duello fra Nixon e Chruščëv, dalla Brexit fino agli “shithole countries” menzionati da Trump. Riflette, infine, sul ruolo dei traduttori nel prossimo futuro, quando la loro versatilità dovrà superare l’intelligenza di algoritmi di traduzione sempre più efficaci.&#160;Le storie qui raccontate in modo fulminante e ironico mostrano i traduttori al lavoro e le conseguenze, spesso memorabili, della loro mediazione. E sono un omaggio ai professionisti della traduzione, che lavorando all’ombra devono conseguire diversi obiettivi in contemporanea: ottenere il senso corretto delle frasi, attraversare (e non violare) certi patti sociali, mantenere l’equilibrio culturale. Non è un caso che Aslanyan compari il traduttore a un funambolo che danza nel vuoto: la sua è un’impresa creativa, ma a volte può essere perfino fatale. Questo libro è un’ode appassionata ai professionisti della traduzione e alla loro influenza nel corso della storia. L’autrice racconta non tanto il mestiere di tradurre, quanto le strategie di sopravvivenza di chi lo svolge. Attraverso malintesi, fatali lacune e cuciture diplomatiche esploriamo il delicato rapporto tra interpreti e interpretati sia nel passato che nell’attualità. «Un prezioso scrigno di storie sulle incredibili imprese dei traduttori con un enorme cast di eroi. Con una lucidità trascinante, Anna Aslanyan spiega le complessità e gli enigmi che i professionisti delle lingue hanno affrontato nel corso dei secoli, mostrando quanta abilità, coraggio, ingegno e arguzia serve per mantenere la pace, diffondere la parola e favorire il dialogo tra i popoli del mondo». [David Bellos, autore di “Is That A Fish In Your Ear?”] «Un colorato tributo ai traduttori e agli interpreti che hanno lavorato duramente nel corso della storia, oliando – o intasando – le ruote della diplomazia e della cultura. Passando da santi a imbroglioni, da fannulloni ad avventurieri, da pedanti a geni, Aslanyan traccia una vivace storia di un’arte sottovalutata. Godibilissimo». [Gaston Dorren, autore di “Babele e le 60 lingue che uniscono l’Europa”] La mia recensione Come si intuisce dalla sinossi pubblicitaria nella quarta di copertina, non si tratta di un saggio nel vero senso della parola. L’autrice ci risparmia le annose questioni teoriche alla base della nostra professione e usa un approccio assolutamente pragmatico nella descrizione della nostra attività professionale. Credo sia un testo rivolto sia a noi professionisti che ai non addetti ai lavori. Quale modo migliore per far capire quanto sia stato fondamentale il nostro ruolo in passato se non raccontando storie di successo e aneddoti con risvolti più o meno divertenti? Il testo è suddiviso in diciotto capitoli, che non seguono un ordine cronologico vero e proprio, e tre sono le parti che mi sono rimaste più impresse. La prima riguarda gli interpreti che hanno lavorato al fianco dei dittatori del ventesimo secolo e in particolare sarebbe interessante approfondire la storia di Paul-Otto Schmidt. Come interprete al Ministero degli Esteri tedesco, Paul-Otto Schmidt (1899-1970) fu presente ad alcuni dei momenti più decisivi della storia del ventesimo secolo. Fluente sia in inglese che in francese, servì come interprete di Hitler durante i negoziati con Chamberlain, la dichiarazione di guerra britannica e la resa della Francia, oltre a tradurre i famigerati discorsi del Führer trasmessi via radio. Il secondo capitolo che mi ha colpito particolarmente racconta la storia dei dragomanni ovvero i traduttori che nel diciassettesimo secolo lavoravano nell’Impero ottomano e che proprio per la loro funzione godevano di una posizione privilegiata. Erano delle figure-cerniera tra l’oriente e l’occidente che facevano molto di più che semplicemente tradurre. L’ultimo capitolo, oramai la prossima frontiera della nostra professione, è dedicato all’intelligenza artificiale. Anche l’autrice, come buona parte della letteratura di settore, conviene sul fatto che il traduttore e la macchina non possono essere concorrenti in questo mondo che corre all’impazzata sempre più verso la transizione digitale. L’uomo e la macchina hanno bisogno l’uno dell’altra e sarebbe piuttosto anacronistico pensare che la macchina non possa essere un nostro valido aiutante. Vi ho invogliato alla lettura di questo saggio? Sarebbe interessante conoscere il vostro il punto di vista dopo aver letto questo libro. Quali sono state le parti che vi hanno colpito di più?</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Vi avevo già raccontato di quanto la lettura sia fondamentale per me, non soltanto dal punto di vista personale, ma anche come importante occasione di formazione. Leggere è la prima inestimabile fonte di ricchezza che abbiamo a portata di mano, come ho avuto modo di parlare in questo mio articolo (<a href="https://www.sergioparis.it/la-formazione-a-portata-di-mano/">https://www.sergioparis.it/la-formazione-a-portata-di-mano/</a>).</p>



<p>Per questo motivo oggi vi parlerò di uno dei miei ultimi libri letti che riguarda proprio il nostro settore dei servizi linguistici. Il titolo del saggio è: “I funamboli della parola – Le traduzioni che hanno cambiato la storia” e l’autrice è Anna Aslanyan, giornalista, traduttrice letteraria e interprete giudiziaria. Nata a Mosca e attualmente residente a Londra, scrive per “The Spectator” e “London Review of Books”. “I Funamboli della parola” è il suo primo libro.</p>



<p><em><u>Sinossi</u></em></p>



<p>I&nbsp;rapporti diplomatici raramente funzionano senza un esercito invisibile di traduttori e interpreti. Pur trascurati, alcuni di essi sono riusciti ad alterare, nel bene o nel male, gli eventi della storia. Anna Aslanyan – giornalista russo-inglese con molti anni di esperienza nel settore – esplora i retroscena di astuzia e ambizione, eroismo e incompetenza, che hanno avuto come protagonisti i professionisti della traduzione, scoprendo fin dove può arrivare un semplice malinteso. Hiroshima sarebbe stata bombardata lo stesso se il dispaccio giapponese non fosse stato tradotto in modo ambiguo? La resa delle barzellette di Berlusconi ha dato una svolta alle cene del G8? Come reagì l’interprete ebreo di Göring durante il Processo di Norimberga? Che ruolo hanno avuto i dragomanni o i dizionari idiomatici nel dichiarare guerre o tessere alleanze? Quando una frase galante diventa offensiva? Aslanyan prova a dare una risposta ricorrendo a diciotto esempi tratti da varie epoche e culture: dagli intrighi di corte risolti da zelanti interpreti al duello fra Nixon e Chruščëv, dalla Brexit fino agli “shithole countries” menzionati da Trump. Riflette, infine, sul ruolo dei traduttori nel prossimo futuro, quando la loro versatilità dovrà superare l’intelligenza di algoritmi di traduzione sempre più efficaci.&nbsp;Le storie qui raccontate in modo fulminante e ironico mostrano i traduttori al lavoro e le conseguenze, spesso memorabili, della loro mediazione. E sono un omaggio ai professionisti della traduzione, che lavorando all’ombra devono conseguire diversi obiettivi in contemporanea: ottenere il senso corretto delle frasi, attraversare (e non violare) certi patti sociali, mantenere l’equilibrio culturale. Non è un caso che Aslanyan compari il traduttore a un funambolo che danza nel vuoto: la sua è un’impresa creativa, ma a volte può essere perfino fatale.</p>



<p>Questo libro è un’ode appassionata ai professionisti della traduzione e alla loro influenza nel corso della storia. L’autrice racconta non tanto il mestiere di tradurre, quanto le strategie di sopravvivenza di chi lo svolge. Attraverso malintesi, fatali lacune e cuciture diplomatiche esploriamo il delicato rapporto tra interpreti e interpretati sia nel passato che nell’attualità.</p>



<p>«Un prezioso scrigno di storie sulle incredibili imprese dei traduttori con un enorme cast di eroi. Con una lucidità trascinante, Anna Aslanyan spiega le complessità e gli enigmi che i professionisti delle lingue hanno affrontato nel corso dei secoli, mostrando quanta abilità, coraggio, ingegno e arguzia serve per mantenere la pace, diffondere la parola e favorire il dialogo tra i popoli del mondo».</p>



<p>[David Bellos, autore di “<em>Is That A Fish In Your Ear?</em>”]</p>



<p>«Un colorato tributo ai traduttori e agli interpreti che hanno lavorato duramente nel corso della storia, oliando – o intasando – le ruote della diplomazia e della cultura. Passando da santi a imbroglioni, da fannulloni ad avventurieri, da pedanti a geni, Aslanyan traccia una vivace storia di un’arte sottovalutata. Godibilissimo».</p>



<p>[Gaston Dorren, autore di “<em>Babele e le 60 lingue che uniscono l’Europa</em>”]</p>



<p><em><u>La mia recensione</u></em></p>



<p>Come si intuisce dalla sinossi pubblicitaria nella quarta di copertina, non si tratta di un saggio nel vero senso della parola. L’autrice ci risparmia le annose questioni teoriche alla base della nostra professione e usa un approccio assolutamente pragmatico nella descrizione della nostra attività professionale. Credo sia un testo rivolto sia a noi professionisti che ai non addetti ai lavori. Quale modo migliore per far capire quanto sia stato fondamentale il nostro ruolo in passato se non raccontando storie di successo e aneddoti con risvolti più o meno divertenti?</p>



<p>Il testo è suddiviso in diciotto capitoli, che non seguono un ordine cronologico vero e proprio, e tre sono le parti che mi sono rimaste più impresse. La prima riguarda gli interpreti che hanno lavorato al fianco dei dittatori del ventesimo secolo e in particolare sarebbe interessante approfondire la storia di Paul-Otto Schmidt. Come interprete al Ministero degli Esteri tedesco, Paul-Otto Schmidt (1899-1970) fu presente ad alcuni dei momenti più decisivi della storia del ventesimo secolo. Fluente sia in inglese che in francese, servì come interprete di Hitler durante i negoziati con Chamberlain, la dichiarazione di guerra britannica e la resa della Francia, oltre a tradurre i famigerati discorsi del Führer trasmessi via radio.</p>



<p>Il secondo capitolo che mi ha colpito particolarmente racconta la storia dei dragomanni ovvero i traduttori che nel diciassettesimo secolo lavoravano nell’Impero ottomano e che proprio per la loro funzione godevano di una posizione privilegiata. Erano delle figure-cerniera tra l’oriente e l’occidente che facevano molto di più che semplicemente tradurre.</p>



<p>L’ultimo capitolo, oramai la prossima frontiera della nostra professione, è dedicato all’intelligenza artificiale. Anche l’autrice, come buona parte della letteratura di settore, conviene sul fatto che il traduttore e la macchina non possono essere concorrenti in questo mondo che corre all’impazzata sempre più verso la transizione digitale. L’uomo e la macchina hanno bisogno l’uno dell’altra e sarebbe piuttosto anacronistico pensare che la macchina non possa essere un nostro valido aiutante. </p>



<p>Vi ho invogliato alla lettura di questo saggio? Sarebbe interessante conoscere il vostro il punto di vista dopo aver letto questo libro. Quali sono state le parti che vi hanno colpito di più?</p>
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