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	<title>Sprachen Archives - Sergio Paris</title>
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	<title>Sprachen Archives - Sergio Paris</title>
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		<title>COS’È L’INTELLIGENZA LINGUISTICA?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sergio Paris]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Oct 2023 08:07:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dolmetschen]]></category>
		<category><![CDATA[Marketing]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Guest blog: oggi il mio blog ha il piacere di ospitare un articolo di Luca Talamonti in cui si parla di una competenza fondamentale, che soprattutto a noi professionisti della comunicazione multilingue non dovrebbe mai mancare, anche e non solo nell’ottica di un marketing più efficace, ovvero l’intelligenza linguistica. Vi invito a leggere il suo blog e a seguire i suoi webinar. Fonte articolo originale: &#8220;Cos&#8217;è l&#8217;intelligenza linguistica?&#8220; L’Intelligenza Linguistica&#160;è una delle 7 contemplate nel modello delle intelligenze multiple, teorizzato dallo psicologo statunitense Howard Gardner. Essa si riferisce alla capacità di apprendere e utilizzare il linguaggio scritto e parlato per capire e farsi capire. In realtà, però, si tratta di molto più di questo. Il linguaggio, infatti, è il principale strumento che usiamo per relazionarci con gli altri, ma pochissime sono le persone che ne conoscono il reale potere e i precisi impatti che le parole producono sul cervello umano. La disciplina nota come “Intelligenza Linguistica” riguarda dunque tutti quegli studi sul linguaggio, che ne hanno scoperto le reali potenzialità e rappresenta un bagaglio di strumenti e tecniche da utilizzare nella propria vita per migliorare la comunicazione con se stessi e con gli altri. Il vero potere del linguaggio Per prima cosa, è fondamentale sfatare un mito: il livello verbale della comunicazione (ossia le parole che usiamo) è&#160;tanto importante&#160;quanto quello paraverbale (il modo di usare la voce) e quello non verbale (gesti, espressioni facciali, abbigliamento, ecc.). È importante sottolineare questo concetto, in quanto alcuni studi male interpretati dello psicologo Albert Mehrabian parrebbero andare in un’altra direzione, concedendo alle parole solo il 7% del peso in una comunicazione faccia a faccia. Non è così e a spiegarlo è lo stesso Mehrabian. Inoltre, le parole hanno il grande potere di&#160;creare la realtà. Non la realtà oggettiva (che è, si dice, totalmente inconoscibile), bensì quella soggettiva, ossia ciò che noi vediamo, sentiamo, percepiamo. Questo avviene a causa di una serie di meccanismi tipici del cervello umano, anch’essi dimostrati scientificamente più e più volte. Per prima cosa, va detto che il nostro cervello inizia a ritenere una cosa importante (e a farla propria, interpretandola come vera, naturale, acclarata) quando se la sente&#160;ripetere&#160;più volte, specialmente se da fonti che ritiene autorevoli. E, solitamente, per il nostro cervello non esiste nessuno di più autorevole di noi stessi. Di conseguenza, più ripetiamo (e ci ripetiamo internamente, con quella vocina con cui pensiamo, che tecnicamente si chiama “Dialogo Interno”) alcune cose, più esse diventeranno vere per il nostro cervello, fino a diventare anche convinzioni, obiettivi, tratti caratteriali. A questo punto, entra in gioco un altro meccanismo tipico del cervello umano, che si chiama “Principio di Coerenza Interna”. Funziona così: il cervello ha bisogno di trovare coerenza fra ciò che crede e ritiene importante e ciò che vede nella realtà circostante. Se così non fosse, il nostro cervello andrebbe in tilt, la nostra autostima ne risentirebbe e proveremmo una forte sensazione di disagio (anche questo fenomeno ha un nome tecnico, ed è “Dissonanza Cognitiva”). Per evitare la Dissonanza Cognitiva, ecco dunque che il cervello interviene nella nostra percezione della realtà, usando dei filtri che, in particolare, si chiamano&#160;Distorsioni&#160;e&#160;Cancellazioni: in parole semplici, tendiamo a distorcere la realtà e a cancellarne intere porzioni in modo da rendere la realtà coerente con ciò che già abbiamo dentro di noi e, in pratica, in modo da “vedere solo ciò che vogliamo vedere”. Si tratta di meccanismi automatici, di cui spesso non ci rendiamo conto, e che avvengono nel cervello di chiunque e in assoluta buona fede. Ricapitolando: più ci ripetiamo, ripetiamo ad altri o ci viene ripetuta da una fonte autorevole una determinata cosa, più per il nostro cervello&#160;diventa vera. A questo punto, il cervello “adatta” la realtà circostante che percepisce per renderla&#160;coerente&#160;con ciò che per il nostro cervello è vero ed evitare la Dissonanza Cognitiva. Le parole creano la realtà, come dicono i maghi (“Abracadabra” deriva dall’aramaico e significa “Io creo come parlo”) e come è scritto, ad esempio, nella Bibbia (“In principio era il Verbo. E il Verbo era presso Dio. E il Verbo era Dio”).&#160; Così come dici stai (e fai stare) E c’è di più. Diversi importanti studi internazionali hanno infatti dimostrato che esiste una stretta&#160;correlazione fra le parole e gli ormoni. Pare infatti che l’utilizzo (orale e scritto) e la ricezione di specifiche parole faccia sì che il nostro cervello rilasci determinati ormoni, a seconda del tipo di parola con cui entriamo in contatto. Ci sono parole che favoriscono, ad esempio, il rilascio di Ossitocina (l’ormone dell’amore), altre di Dopamina (l’ormone della ricompensa), altre ancora di Cortisolo (l’ormone dello stress) e così via. E perché queste scoperte sarebbero così sensazionali? Semplice: perché il mix di ormoni che abbiamo in corpo dà vita a ciò che noi comunemente chiamiamo&#160;emozioni. E le emozioni guidano i nostri pensieri, le nostre scelte, i nostri comportamenti. Tutto questo ci insegna che esistono molti modi diversi di pensare, di dire e di scrivere le stesse cose e, in base a come lo facciamo, siamo in grado di modificare la percezione della realtà (nostra e degli altri) e, soprattutto, di veicolare (a noi stessi e agli altri) emozioni diverse. Per esempio, dire a una persona che “svolgere il tal compito è difficile e richiede molti sacrifici” produce risultati diversi dal dirle che “svolgere il tal compito è sfidante e richiede il massimo impegno”, non trovi?&#160; I vantaggi dell’Intelligenza Linguistica Quanto detto fin qui non è che la punta dell’iceberg di questa sorprendente disciplina, la quale ha risvolti&#160;pratici e immediati&#160;in ogni contesto. Pensa a tutte le volte in cui, pur essendo animato dalle migliori intenzioni, non sei riuscito a raggiungere i risultati relazionali che volevi: con tua figlia, con tua moglie, con tuo marito, col tuo collega, col tuo capo, col potenziale cliente, ecc. Probabilmente accadeva perché non conoscevi questi meccanismi delle parole e del cervello umano e, dunque, usavi il linguaggio in modo un po’ randomico. Approfondire questo argomento è di straordinaria importanza per chiunque, perché è in grado di migliorare ogni aspetto della [&#8230;]</p>
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<p><strong>Guest blog</strong>: oggi il mio blog ha il piacere di ospitare un articolo di Luca Talamonti in cui si parla di una competenza fondamentale, che soprattutto a noi professionisti della comunicazione multilingue non dovrebbe mai mancare, anche e non solo nell’ottica di un marketing più efficace, ovvero l’intelligenza linguistica. Vi invito a leggere il suo blog e a seguire i suoi webinar.</p>



<p>Fonte articolo originale: &#8220;<a href="https://www.lucatalamonti.it/cose-lintelligenza-linguistica/?fbclid=IwAR1HMKZd4blxcxsdZ1qt4MFod0d4B0xGQBbELPr9tcXXFLGVZB-Ov6BRuMw&amp;cn-reloaded=1" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Cos&#8217;è l&#8217;intelligenza linguistica?</a>&#8220;</p>



<p>L’Intelligenza Linguistica&nbsp;è una delle 7 contemplate nel modello delle intelligenze multiple, teorizzato dallo psicologo statunitense Howard Gardner.</p>



<p>Essa si riferisce alla capacità di apprendere e utilizzare il linguaggio scritto e parlato per capire e farsi capire.</p>



<p>In realtà, però, si tratta di molto più di questo.</p>



<p>Il linguaggio, infatti, è il principale strumento che usiamo per relazionarci con gli altri, ma pochissime sono le persone che ne conoscono il reale potere e i precisi impatti che le parole producono sul cervello umano.</p>



<p>La disciplina nota come “Intelligenza Linguistica” riguarda dunque tutti quegli studi sul linguaggio, che ne hanno scoperto le reali potenzialità e rappresenta un bagaglio di strumenti e tecniche da utilizzare nella propria vita per migliorare la comunicazione con se stessi e con gli altri.</p>



<p><strong>Il vero potere del linguaggio</strong></p>



<p>Per prima cosa, è fondamentale sfatare un mito: il livello verbale della comunicazione (ossia le parole che usiamo) è&nbsp;tanto importante&nbsp;quanto quello paraverbale (il modo di usare la voce) e quello non verbale (gesti, espressioni facciali, abbigliamento, ecc.).</p>



<p>È importante sottolineare questo concetto, in quanto alcuni studi male interpretati dello psicologo Albert Mehrabian parrebbero andare in un’altra direzione, concedendo alle parole solo il 7% del peso in una comunicazione faccia a faccia. Non è così e a spiegarlo è lo stesso Mehrabian.</p>



<p>Inoltre, le parole hanno il grande potere di&nbsp;creare la realtà.</p>



<p>Non la realtà oggettiva (che è, si dice, totalmente inconoscibile), bensì quella soggettiva, ossia ciò che noi vediamo, sentiamo, percepiamo.</p>



<p>Questo avviene a causa di una serie di meccanismi tipici del cervello umano, anch’essi dimostrati scientificamente più e più volte.</p>



<p>Per prima cosa, va detto che il nostro cervello inizia a ritenere una cosa importante (e a farla propria, interpretandola come vera, naturale, acclarata) quando se la sente&nbsp;ripetere&nbsp;più volte, specialmente se da fonti che ritiene autorevoli. E, solitamente, per il nostro cervello non esiste nessuno di più autorevole di noi stessi. Di conseguenza, più ripetiamo (e ci ripetiamo internamente, con quella vocina con cui pensiamo, che tecnicamente si chiama “Dialogo Interno”) alcune cose, più esse diventeranno vere per il nostro cervello, fino a diventare anche convinzioni, obiettivi, tratti caratteriali.</p>



<p>A questo punto, entra in gioco un altro meccanismo tipico del cervello umano, che si chiama “Principio di Coerenza Interna”. Funziona così: il cervello ha bisogno di trovare coerenza fra ciò che crede e ritiene importante e ciò che vede nella realtà circostante.</p>



<p>Se così non fosse, il nostro cervello andrebbe in tilt, la nostra autostima ne risentirebbe e proveremmo una forte sensazione di disagio (anche questo fenomeno ha un nome tecnico, ed è “Dissonanza Cognitiva”).</p>



<p>Per evitare la Dissonanza Cognitiva, ecco dunque che il cervello interviene nella nostra percezione della realtà, usando dei filtri che, in particolare, si chiamano&nbsp;Distorsioni&nbsp;e&nbsp;Cancellazioni: in parole semplici, tendiamo a distorcere la realtà e a cancellarne intere porzioni in modo da rendere la realtà coerente con ciò che già abbiamo dentro di noi e, in pratica, in modo da “vedere solo ciò che vogliamo vedere”.</p>



<p>Si tratta di meccanismi automatici, di cui spesso non ci rendiamo conto, e che avvengono nel cervello di chiunque e in assoluta buona fede.</p>



<p>Ricapitolando: più ci ripetiamo, ripetiamo ad altri o ci viene ripetuta da una fonte autorevole una determinata cosa, più per il nostro cervello&nbsp;diventa vera. A questo punto, il cervello “adatta” la realtà circostante che percepisce per renderla&nbsp;coerente&nbsp;con ciò che per il nostro cervello è vero ed evitare la Dissonanza Cognitiva.</p>



<p>Le parole creano la realtà, come dicono i maghi (“Abracadabra” deriva dall’aramaico e significa “Io creo come parlo”) e come è scritto, ad esempio, nella Bibbia (“In principio era il Verbo. E il Verbo era presso Dio. E il Verbo era Dio”).&nbsp;</p>



<p><strong>Così come dici stai (e fai stare)</strong></p>



<p>E c’è di più.</p>



<p>Diversi importanti studi internazionali hanno infatti dimostrato che esiste una stretta&nbsp;correlazione fra le parole e gli ormoni.</p>



<p>Pare infatti che l’utilizzo (orale e scritto) e la ricezione di specifiche parole faccia sì che il nostro cervello rilasci determinati ormoni, a seconda del tipo di parola con cui entriamo in contatto.</p>



<p>Ci sono parole che favoriscono, ad esempio, il rilascio di Ossitocina (l’ormone dell’amore), altre di Dopamina (l’ormone della ricompensa), altre ancora di Cortisolo (l’ormone dello stress) e così via.</p>



<p>E perché queste scoperte sarebbero così sensazionali?</p>



<p>Semplice: perché il mix di ormoni che abbiamo in corpo dà vita a ciò che noi comunemente chiamiamo&nbsp;emozioni.</p>



<p>E le emozioni guidano i nostri pensieri, le nostre scelte, i nostri comportamenti.</p>



<p>Tutto questo ci insegna che esistono molti modi diversi di pensare, di dire e di scrivere le stesse cose e, in base a come lo facciamo, siamo in grado di modificare la percezione della realtà (nostra e degli altri) e, soprattutto, di veicolare (a noi stessi e agli altri) emozioni diverse.</p>



<p>Per esempio, dire a una persona che “svolgere il tal compito è difficile e richiede molti sacrifici” produce risultati diversi dal dirle che “svolgere il tal compito è sfidante e richiede il massimo impegno”, non trovi?&nbsp;</p>



<p><strong>I vantaggi dell’Intelligenza Linguistica</strong></p>



<p>Quanto detto fin qui non è che la punta dell’iceberg di questa sorprendente disciplina, la quale ha risvolti&nbsp;pratici e immediati&nbsp;in ogni contesto.</p>



<p>Pensa a tutte le volte in cui, pur essendo animato dalle migliori intenzioni, non sei riuscito a raggiungere i risultati relazionali che volevi: con tua figlia, con tua moglie, con tuo marito, col tuo collega, col tuo capo, col potenziale cliente, ecc.</p>



<p>Probabilmente accadeva perché non conoscevi questi meccanismi delle parole e del cervello umano e, dunque, usavi il linguaggio in modo un po’ randomico.</p>



<p>Approfondire questo argomento è di straordinaria importanza per chiunque, perché è in grado di migliorare ogni aspetto della propria vita a costo zero. Basta solo uscire dalla zona di comfort, impegnarsi un po’ ed essere costanti e, come per tutte le cose, dopo un po’ di tempo di pratica imparerai anche tu a usare in modo eccellente il grande potere magico del linguaggio.</p>
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		<title>MEINE LIEBE FÜR DIE DEUTSCHE SPRACHE WIRD 30</title>
		<link>https://www.sergioparis.it/de/meine-liebe-fuer-die-deutsche-sprache-wird-30/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Sergio Paris]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Sep 2023 07:57:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sprachen]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Im gerade abgeschlossenen Sommer habe ich mit meiner Familie einen kleinen Urlaub in Wien und zwar in der wunderbaren und zeitlosen österreichischen Hauptstadt verbracht. Unter den vielen Städten, in denen ich beruflich oder privat war, steht Wien für einen wichtigen Meilenstein für meine Ausbildung, denn ich kam aus der ersten Generation von Erasmus-Studierenden, die das Glück hatte, zwischen 1999 und 2000 bei der renommierten Universität Wien – und zwar einer der ältesten in Europa – zu studieren. Diese Reise gab mir in jedem Fall Anlass zum Nachdenken, wie viel Zeit vergangen ist, seitdem ich zum ersten Mal aus der Universität Venedig in diese Stadt kam und zwar als ich versuchte, mit meinem Sprachniveau in einem Land klarzukommen, das gar nichts mit meiner damaligen Vorstellung der deutschen Sprache oder zumindest mit dem zu tun hatte, was ich bis dahin auf dem Gymnasium, bei den ersten Universitätsjahren und nach sehr wenigen Reisen nach Deutschland bzw. in irgendein deutschsprachiges Land erworben hatte. Ich nummeriere gerne Sachen, die ich liebe und ich mag die Zahlen, die hinter jeder Liebe und Leidenschaft verstecken. Wie bei jedem sportlichen Wettbewerb oder Training denke ich immer an die Zahlen, die gleichsam damit verbunden sind. Meine Liebesgeschichte mit der deutschen Sprache hat im Jahr 1992 begonnen und letztes Jahr – nämlich 2022 – wurde 30. Ich bin fast 47 Jahre alt und dies bedeutet, dass ich und diese Sprache seit meiner Jugend zusammengewachsen sind. Mal ging es aufwärts, mal abwärts. Seitdem ich entschieden habe, Deutsch als wichtigen Eckpfeiler für meine berufliche Karriere zu verwenden, war mein Ziel, Deutsch so gut wie möglich in Wort und Schrift zu beherrschen. Das war und ist noch heute eine harte Arbeit, aber das hat mir auch viel Spaß gemacht. Wenn man sich für etwas begeistert, kann jede Arbeit viel angenehmer sein und man freut sich jederzeit darauf. Lesen hat mir zu diesem Zweck sehr weitergeholfen. Im Laufe der Jahre habe ich viele unzählige klassische und moderne deutschsprachige Autoren gelesen, die ich nicht mehr mitzählen kann. Damit habe ich natürlich meine schriftliche Kompetenz stark verbessert. Ich wollte aber auch so viel Zeit wie möglich im Ausland verbringen, um meine mündliche Kompetenz zu verstärken. Deswegen versuche ich beruflich oder privat regelmäßig nach Deutschland und Österreich zu fahren, um mein Deutsch immer auf den aktuellen Stand zu bringen Wie gesagt stecken Leidenschaften Zahlen dahinter und ich habe versucht, mich zu erinnern, wie oft ich bisher in all diesen Jahren in Deutschland und Österreich war. 1994 Potsdam / Berlin (DE) -&#62; Schulaustausch1995 Salzburg / Linz / KZ Mauthausen (AT) -&#62; Schulausflug1996 Frankfurt am Main / Bad Soden / Bad Homburg (DE) -&#62; Sprachreise1999 &#8211; 2000 Wien / Linz/ Salzburg / Graz (AT) -&#62; Erasmus-Stipendium2000 München / KZ Dachau (DE) -&#62; Sprachreise2001 Wien (AT) -&#62; Diplomarbeit2004 Velden am Wörthersee (AT) -&#62; Geschäftsreise2004 Schwerin / Wismar / Rostock / Warnemünde / Stralsund / Rügen / Lübeck / Berlin / Lauenburg-Elbe / Hamburg (DE) -&#62; Praktikum2005 München / Füssen &#8211; Neuschweinstein Schloss (DE) -&#62; private Reise2007 Freiburg im Breisgau (DE) -&#62; Geschäftsreise2009 Nürnberg (DE) -&#62; private Reise2012 München (DE) -&#62; Geschäftsreise2014 Berlin (DE) -&#62; Geschäftsreise2017 Wien (AT) -&#62; Geschäftsreise2018 Frankfurt am Main (DE) -&#62; private Reise2019 Bonn / Köln (DE) &#8211; Treffen mit KollegInnen2020 Nürnberg (DE) -&#62; Geschäftsreise2022 Frankfurt am Main (DE) -&#62; Geschäftsreise2023 Wuppertal / Remscheid / Köln (DE) -&#62; Geschäftsreise2023 Wien (AT) -&#62; private Reise Ich hatte schon in einem von mir direkt im Deutschen verfassten Artikel über meine Leidenschaft für die deutsche Sprache gesprochen, in dem ich erläutere, was auf der Basis meiner Liebe stehe. In diesem neuen Artikel möchte ich nur diese über dreißigjährige Beziehung feiern. Man sagt, dass wie bei jeder Liebesgeschichte die Flamme der anfänglichen Leidenschaft langsam erlischt. Das ist nicht der Fall. Wie bei jedem Menschen, mit dem wir unser Leben teilen wollen, gibt es immer wieder neue Aspekte, die zu entdecken und kennenzulernen sind, denn, um auf das Hauptthema meines Artikels zurückzukommen, ich werde die deutsche Sprache nie ganz gut beherrschen können. Vielleicht ist es gerade das, was meine tiefe Liebe zu dieser Sprache und zu dieser Kultur aufleben lässt. *Diesen Artikel habe ich selbst als italienischer Muttersprachler ins Deutsche übersetzt. Für jeden Fehler oder für jede stilistisch unschöne Formulierung bin ich selbst verantwortlich.</p>
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<p>Im gerade abgeschlossenen Sommer habe ich mit meiner Familie einen kleinen Urlaub in Wien und zwar in der wunderbaren und zeitlosen österreichischen Hauptstadt verbracht. Unter den vielen Städten, in denen ich beruflich oder privat war, steht Wien für einen wichtigen Meilenstein für meine Ausbildung, denn ich kam aus der ersten Generation von Erasmus-Studierenden, die das Glück hatte, zwischen 1999 und 2000 bei der renommierten Universität Wien – und zwar einer der ältesten in Europa – zu studieren.</p>



<p>Diese Reise gab mir in jedem Fall Anlass zum Nachdenken, wie viel Zeit vergangen ist, seitdem ich zum ersten Mal aus der Universität Venedig in diese Stadt kam und zwar als ich versuchte, mit meinem Sprachniveau in einem Land klarzukommen, das gar nichts mit meiner damaligen Vorstellung der deutschen Sprache oder zumindest mit dem zu tun hatte, was ich bis dahin auf dem Gymnasium, bei den ersten Universitätsjahren und nach sehr wenigen Reisen nach Deutschland bzw. in irgendein deutschsprachiges Land erworben hatte.</p>



<p>Ich nummeriere gerne Sachen, die ich liebe und ich mag die Zahlen, die hinter jeder Liebe und Leidenschaft verstecken. Wie bei jedem sportlichen Wettbewerb oder Training denke ich immer an die Zahlen, die gleichsam damit verbunden sind.</p>



<p>Meine Liebesgeschichte mit der deutschen Sprache hat im Jahr 1992 begonnen und letztes Jahr – nämlich 2022 – wurde 30. Ich bin fast 47 Jahre alt und dies bedeutet, dass ich und diese Sprache seit meiner Jugend zusammengewachsen sind. Mal ging es aufwärts, mal abwärts. Seitdem ich entschieden habe, Deutsch als wichtigen Eckpfeiler für meine berufliche Karriere zu verwenden, war mein Ziel, Deutsch so gut wie möglich in Wort und Schrift zu beherrschen. Das war und ist noch heute eine harte Arbeit, aber das hat mir auch viel Spaß gemacht. Wenn man sich für etwas begeistert, kann jede Arbeit viel angenehmer sein und man freut sich jederzeit darauf. Lesen hat mir zu diesem Zweck sehr weitergeholfen. Im Laufe der Jahre habe ich viele unzählige klassische und moderne deutschsprachige Autoren gelesen, die ich nicht mehr mitzählen kann. Damit habe ich natürlich meine schriftliche Kompetenz stark verbessert.</p>



<p>Ich wollte aber auch so viel Zeit wie möglich im Ausland verbringen, um meine mündliche Kompetenz zu verstärken. Deswegen versuche ich beruflich oder privat regelmäßig nach Deutschland und Österreich zu fahren, um mein Deutsch immer auf den aktuellen Stand zu bringen</p>



<p>Wie gesagt stecken Leidenschaften Zahlen dahinter und ich habe versucht, mich zu erinnern, wie oft ich bisher in all diesen Jahren in Deutschland und Österreich war.</p>



<p>1994 Potsdam / Berlin (DE) -&gt; Schulaustausch<br>1995 Salzburg / Linz / KZ Mauthausen (AT) -&gt; Schulausflug<br>1996 Frankfurt am Main / Bad Soden / Bad Homburg (DE) -&gt; Sprachreise<br>1999 &#8211; 2000 Wien / Linz/ Salzburg / Graz (AT) -&gt; Erasmus-Stipendium<br>2000 München / KZ Dachau (DE) -&gt; Sprachreise<br>2001 Wien (AT) -&gt; Diplomarbeit<br>2004 Velden am Wörthersee (AT) -&gt; Geschäftsreise<br>2004 Schwerin / Wismar / Rostock / Warnemünde / Stralsund / Rügen / Lübeck / Berlin / Lauenburg-Elbe / Hamburg (DE) -&gt; Praktikum<br>2005 München / Füssen &#8211; Neuschweinstein Schloss (DE) -&gt; private Reise<br>2007 Freiburg im Breisgau (DE) -&gt; Geschäftsreise<br>2009 Nürnberg (DE) -&gt; private Reise<br>2012 München (DE) -&gt; Geschäftsreise<br>2014 Berlin (DE) -&gt; Geschäftsreise<br>2017 Wien (AT) -&gt; Geschäftsreise<br>2018 Frankfurt am Main (DE) -&gt; private Reise<br>2019 Bonn / Köln (DE) &#8211; Treffen mit KollegInnen<br>2020 Nürnberg (DE) -&gt; Geschäftsreise<br>2022 Frankfurt am Main (DE) -&gt; Geschäftsreise<br>2023 Wuppertal / Remscheid / Köln (DE) -&gt; Geschäftsreise<br>2023 Wien (AT) -&gt; private Reise</p>



<p>Ich hatte schon in einem von mir direkt im Deutschen verfassten <a href="https://www.sergioparis.it/deutsche-sprache-schone-sprache/">Artikel</a> über meine Leidenschaft für die deutsche Sprache gesprochen, in dem ich erläutere, was auf der Basis meiner Liebe stehe. In diesem neuen Artikel möchte ich nur diese über dreißigjährige Beziehung feiern.</p>



<p>Man sagt, dass wie bei jeder Liebesgeschichte die Flamme der anfänglichen Leidenschaft langsam erlischt. Das ist nicht der Fall. Wie bei jedem Menschen, mit dem wir unser Leben teilen wollen, gibt es immer wieder neue Aspekte, die zu entdecken und kennenzulernen sind, denn, um auf das Hauptthema meines Artikels zurückzukommen, ich werde die deutsche Sprache nie ganz gut beherrschen können. Vielleicht ist es gerade das, was meine tiefe Liebe zu dieser Sprache und zu dieser Kultur aufleben lässt.</p>



<p><em>*Diesen Artikel habe ich selbst als italienischer Muttersprachler ins Deutsche übersetzt. Für jeden Fehler oder für jede stilistisch unschöne Formulierung bin ich selbst verantwortlich.</em></p>
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		<title>INSEGNARE &#8211; UN ESERCIZIO DI RIFLESSIONE E SEMPLIFICAZIONE NECESSARIO</title>
		<link>https://www.sergioparis.it/de/insegnare-un-esercizio-di-riflessione-e-semplificazione-necessario/</link>
					<comments>https://www.sergioparis.it/de/insegnare-un-esercizio-di-riflessione-e-semplificazione-necessario/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sergio Paris]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Jun 2022 15:18:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sprachen]]></category>
		<category><![CDATA[Unterrichten]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo più di 10 anni sono tornato in cattedra. Nei mesi di marzo, aprile e maggio di quest’anno ho insegnato lingua inglese presso un Istituto Professionale come esperto esterno per un PON ovvero un corso extracurriculare sovvenzionato da fondi europei. Il livello linguistico di provenienza dei discenti era molto vario, visto che ho insegnato a studenti di classe terza, quarta e quinta di scuola secondaria di secondo grado. L’obiettivo del corso era potenziare e approfondire le famose quattro competenze dell’apprendimento linguistico (reading, writing, speaking, listening). Non è stata la mia prima esperienza didattica. Per i primi sei anni di libera professione ho anche insegnato in una facoltà per interpreti e traduttori. Si trattava di un contesto totalmente diverso, in cui la lingua in quanto tale era un vero e proprio obiettivo avvalorato dalle tecniche di interpretazione e traduzione. Insegnare inglese a ragazzi in una fascia di età compresa tra 16 e 18 anni è ben altra cosa. Oltre alla spontaneità e alla genuinità legata alla loro età, ho saputo apprezzare anche la praticità e l’immediatezza da cui di solito questo tipo di scuola è caratterizzata. Noi interpreti e traduttori, in quanto professionisti della comunicazione multilingue, siamo spinti a dare per scontate la conoscenze di base e la capacità di espressione verso una lingua straniera. Quando ci troviamo in una scuola superiore, in cui le ore dedicate all’apprendimento linguistico di solito non sono mai molte, siamo costretti a fare un passo indietro, forse anche qualcuno in più. Dobbiamo ridimensionare le nostre aspettative e capire come alleggerire aspetti dell’apprendimento linguistico, come la fonetica, la pronuncia e soprattutto la grammatica. È necessario un approccio pragmatico avulso da regole e da tutta quella parte teorica di cui i libri di testo oggi sono davvero troppo pieni. Durante la programmazione delle mie ore di lezione mi sono concentrato su un solo obiettivo: fornire strumenti pratici che potessero portare i discenti a parlare inglese con più facilità e immediatezza. Ho dato molta importanza alla pronuncia e alla fonetica, forse più che alla grammatica. Da interprete mi sono sempre detto che una frase pronunciata in maniera corretta e comprensibile all’orecchio di un madrelingua ha più effetto e comunica meglio di un’imprecisione grammaticale. Non sono mancate lezioni grammaticali dove ho spiegato i concetti di presente, passato e futuro dal punto di vista anglosassone, senza far pesare troppo, tanto per fare un esempio, il fatto di dover imparare a memoria i principali verbi irregolari, quelli di uso comune e più legati alla quotidianità. Il cosiddetto “roleplay”, il gioco di ruolo, su argomenti a loro più vicini è stato predominante e devo dire anche molto utile. Ora pensano qualche istante in meno prima di dire una frase. Sono più spontanei e soprattutto hanno meno paura di sbagliare. La mia formazione e soprattutto la mia esperienza sul campo come interprete mi ha aiutato molto a farli ragionare su quanti infiniti modi abbiamo a disposizione per comunicare qualcosa. È la bellezza del linguaggio universale che come le scatole cinesi può continuare all’infinito. Per la fonetica sono stati utilissimi gli esercizi di “shadowing” (ripetere una frase allo stesso identico modo in cui viene ascoltata) che consiglio sempre a tutti e con cui di solito ci si diverte molto. Si sono ritrovati a ripetere parole, di cui prima non conoscevano precisamente la pronuncia, in maniera spontanea e senza troppi esitazioni. Insegnare è un esercizio di riflessione e semplificazione necessario, che noi professionisti della comunicazione dovremmo svolgere di tanto in tanto. Il linguaggio, la lingua e le modalità espressive che ogni idioma utilizza si evolvono. Mettersi dall’altra parte, salire in cattedra è fondamentale per migliorare la nostra capacità di sintesi di cui abbiamo bisogno mentre svolgiamo i nostri servizi. Albert Einstein disse: “Se non lo sai spiegare in modo semplice, non l’hai capito abbastanza bene.” E se l’ha detto colui che ha scoperto la teoria della relatività, uno dei pilastri della fisica moderna e della meccanica quantistica, credo che non possiamo che essere d’accordo, soprattutto in questo nostro mondo sempre più complesso e sempre meno incline a una comunicazione chiara e trasparente.</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.sergioparis.it/de/insegnare-un-esercizio-di-riflessione-e-semplificazione-necessario/">INSEGNARE &#8211; UN ESERCIZIO DI RIFLESSIONE E SEMPLIFICAZIONE NECESSARIO</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.sergioparis.it/de/">Sergio Paris</a>.</p>
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<p>Dopo più di 10 anni sono tornato in cattedra. Nei mesi di marzo, aprile e maggio di quest’anno ho insegnato lingua inglese presso un Istituto Professionale come esperto esterno per un PON ovvero un corso extracurriculare sovvenzionato da fondi europei. Il livello linguistico di provenienza dei discenti era molto vario, visto che ho insegnato a studenti di classe terza, quarta e quinta di scuola secondaria di secondo grado. L’obiettivo del corso era potenziare e approfondire le famose quattro competenze dell’apprendimento linguistico (reading, writing, speaking, listening).</p>



<p>Non è stata la mia prima esperienza didattica. Per i primi sei anni di libera professione ho anche insegnato in una facoltà per interpreti e traduttori. Si trattava di un contesto totalmente diverso, in cui la lingua in quanto tale era un vero e proprio obiettivo avvalorato dalle tecniche di interpretazione e traduzione.</p>



<p>Insegnare inglese a ragazzi in una fascia di età compresa tra 16 e 18 anni è ben altra cosa. Oltre alla spontaneità e alla genuinità legata alla loro età, ho saputo apprezzare anche la praticità e l’immediatezza da cui di solito questo tipo di scuola è caratterizzata.</p>



<p>Noi interpreti e traduttori, in quanto professionisti della comunicazione multilingue, siamo spinti a dare per scontate la conoscenze di base e la capacità di espressione verso una lingua straniera. Quando ci troviamo in una scuola superiore, in cui le ore dedicate all’apprendimento linguistico di solito non sono mai molte, siamo costretti a fare un passo indietro, forse anche qualcuno in più. Dobbiamo ridimensionare le nostre aspettative e capire come alleggerire aspetti dell’apprendimento linguistico, come la fonetica, la pronuncia e soprattutto la grammatica. È necessario un approccio pragmatico avulso da regole e da tutta quella parte teorica di cui i libri di testo oggi sono davvero troppo pieni.</p>



<p>Durante la programmazione delle mie ore di lezione mi sono concentrato su un solo obiettivo: fornire strumenti pratici che potessero portare i discenti a parlare inglese con più facilità e immediatezza. Ho dato molta importanza alla pronuncia e alla fonetica, forse più che alla grammatica. Da interprete mi sono sempre detto che una frase pronunciata in maniera corretta e comprensibile all’orecchio di un madrelingua ha più effetto e comunica meglio di un’imprecisione grammaticale. Non sono mancate lezioni grammaticali dove ho spiegato i concetti di presente, passato e futuro dal punto di vista anglosassone, senza far pesare troppo, tanto per fare un esempio, il fatto di dover imparare a memoria i principali verbi irregolari, quelli di uso comune e più legati alla quotidianità. Il cosiddetto “roleplay”, il gioco di ruolo, su argomenti a loro più vicini è stato predominante e devo dire anche molto utile. Ora pensano qualche istante in meno prima di dire una frase. Sono più spontanei e soprattutto hanno meno paura di sbagliare.</p>



<p>La mia formazione e soprattutto la mia esperienza sul campo come interprete mi ha aiutato molto a farli ragionare su quanti infiniti modi abbiamo a disposizione per comunicare qualcosa. È la bellezza del linguaggio universale che come le scatole cinesi può continuare all’infinito. Per la fonetica sono stati utilissimi gli esercizi di “shadowing” (ripetere una frase allo stesso identico modo in cui viene ascoltata) che consiglio sempre a tutti e con cui di solito ci si diverte molto. Si sono ritrovati a ripetere parole, di cui prima non conoscevano precisamente la pronuncia, in maniera spontanea e senza troppi esitazioni.</p>



<p>Insegnare è un esercizio di riflessione e semplificazione necessario, che noi professionisti della comunicazione dovremmo svolgere di tanto in tanto. Il linguaggio, la lingua e le modalità espressive che ogni idioma utilizza si evolvono. Mettersi dall’altra parte, salire in cattedra è fondamentale per migliorare la nostra capacità di sintesi di cui abbiamo bisogno mentre svolgiamo i nostri servizi. </p>



<p>Albert Einstein disse: “Se non lo sai spiegare in modo semplice, non l’hai capito abbastanza bene.” E se l’ha detto colui che ha scoperto la teoria della relatività, uno dei pilastri della fisica moderna e della meccanica quantistica, credo che non possiamo che essere d’accordo, soprattutto in questo nostro mondo sempre più complesso e sempre meno incline a una comunicazione chiara e trasparente.</p>
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		<title>LA LINGUA STRANIERA NON È SOLTANTO UN OBIETTIVO PRESTAZIONALE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sergio Paris]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Dec 2021 17:08:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dolmetschen]]></category>
		<category><![CDATA[Sprachen]]></category>
		<category><![CDATA[Übersetzung]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Chi lavora come interprete e traduttore non dovrebbe mai perdere di vista l’amore primordiale che lo ha spinto a scegliere questo lavoro. Non so voi, ma prima di capire che questo fosse il mestiere giusto per me, io amavo soprattutto le lingue straniere che ho incontrato nel corso dei miei anni di studio. Probabilmente sto dicendo una cosa banale, ma non credo lo sia. Noi interpreti e traduttori ci troviamo molto spesso ingabbiati nel servizio che forniamo senza godere a pieno della nostra principale competenza: la lingua straniera. Gli stressanti tempi di consegna di un testo da tradurre e i ritmi frenetici che siamo chiamati a seguire mentre traduciamo un oratore in simultanea, tanto per fare alcuni esempi, talvolta ci fanno dimenticare la bellezza della lingua dalla quale o verso la quale stiamo traducendo. La performance che non ci soddisfa mai abbastanza non ci fa godere a pieno la nostra principale materia prima. Se consideriamo che il più delle volte, almeno nel mio caso, si ha a che fare con linguaggi molto tecnici, non è facile riapprezzare ogni volta quella scintilla che ci ha fatto innamorare per la prima volta di una lingua straniera. Si ha la sensazione di sentirci lontani dalla lingua in sé, proprio perché siamo troppo concentrati sul risultato, sulla performance, al punto da sentirci scarichi e vuoti come alla fine di un lungo e complesso processo di produzione. Avete mai pensato a questo aspetto? Io molte volte e ho fatto sempre di tutto pur di mantenere vivo quel fuoco della passione che mi ha spinto a godere a pieno della lingua, proprio come in qualsiasi rapporto amoroso che si rispetti. Esposizione linguistica Credete sia tempo perso leggere romanzi in tedesco o in inglese quando si traducono manuali tecnici o convegni medici? La risposta è no. Mi premuro sempre di espormi alle mie lingue di lavoro quanto più possibile, esercitando le famose quattro competenze dell’apprendimento linguistico. Sì, continuo a farlo tuttora nonostante gli anni di esperienza alle spalle. Non perdo occasione, qualora si presenti, di parlare in lingua del più o del meno con chi mi capiti sotto mano, di guardare un po’ di TV in lingua e di leggere più possibile (romanzi, saggi, riviste, ecc.) nelle mie lingue di lavoro. Tra l’altro, sono tutte abitudini da cui ho trovato molto giovamento per molti aspetti durante i miei incarichi di interpretariato e traduzione. Insegnare una lingua straniera come atto di riflessione su noi stessi In questi anni di libera professione mi è capitato spesso di insegnare sia simultanea/consecutiva che lingua tedesca e inglese. Ho notato che è soprattutto insegnando una lingua che si può apprezzare ancor di più la bellezza delle nostre lingue di lavoro, perché riscopri il piacere dell’intrigante sintassi tedesca o della varietà semantica e della potenza comunicativa dell’inglese. In sintesi, credo sia fondamentale tornare ad amare le nostre lingue di lavoro e non considerarle più soltanto come mero mezzo per raggiungere i nostri obiettivi prestazionali. Godiamocele a pieno! Riflettiamo ancor di più su di esse, come quando abbiamo iniziato a muovere i primi passi nel magico mondo delle lingue. Non so voi, ma è proprio lo studio delle lingue straniere che mi ha reso un parlante nativo ancor più consapevole della mia lingua madre: l’italiano. Lo diceva anche il grande Johann Wolfgang von Goethe: ​“Wer&#160;fremde Sprachen nicht kennt, weiß&#160;nichts&#160;von seiner eigenen.“ (Colui&#160;che non sa&#160;le&#160;lingue straniere,&#160;non sa&#160;nulla&#160;della propria). E voi cosa ne pensate? Avete mai preso in considerazione questo aspetto? Mi piacerebbe leggere i vostri punti di vista qui sotto o nella sezione dei commenti.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Chi lavora come interprete e traduttore non dovrebbe mai perdere di vista l’amore primordiale che lo ha spinto a scegliere questo lavoro. Non so voi, ma prima di capire che questo fosse il mestiere giusto per me, io amavo soprattutto le lingue straniere che ho incontrato nel corso dei miei anni di studio. Probabilmente sto dicendo una cosa banale, ma non credo lo sia.</p>



<p>Noi interpreti e traduttori ci troviamo molto spesso ingabbiati nel servizio che forniamo senza godere a pieno della nostra principale competenza: la lingua straniera. Gli stressanti tempi di consegna di un testo da tradurre e i ritmi frenetici che siamo chiamati a seguire mentre traduciamo un oratore in simultanea, tanto per fare alcuni esempi, talvolta ci fanno dimenticare la bellezza della lingua dalla quale o verso la quale stiamo traducendo. La performance che non ci soddisfa mai abbastanza non ci fa godere a pieno la nostra principale materia prima. Se consideriamo che il più delle volte, almeno nel mio caso, si ha a che fare con linguaggi molto tecnici, non è facile riapprezzare ogni volta quella scintilla che ci ha fatto innamorare per la prima volta di una lingua straniera. Si ha la sensazione di sentirci lontani dalla lingua in sé, proprio perché siamo troppo concentrati sul risultato, sulla performance, al punto da sentirci scarichi e vuoti come alla fine di un lungo e complesso processo di produzione.</p>



<p>Avete mai pensato a questo aspetto? Io molte volte e ho fatto sempre di tutto pur di mantenere vivo quel fuoco della passione che mi ha spinto a godere a pieno della lingua, proprio come in qualsiasi rapporto amoroso che si rispetti.</p>



<p><em><u>Esposizione linguistica</u></em></p>



<p>Credete sia tempo perso leggere romanzi in tedesco o in inglese quando si traducono manuali tecnici o convegni medici? La risposta è no. Mi premuro sempre di espormi alle mie lingue di lavoro quanto più possibile, esercitando le famose quattro competenze dell’apprendimento linguistico. Sì, continuo a farlo tuttora nonostante gli anni di esperienza alle spalle. Non perdo occasione, qualora si presenti, di parlare in lingua del più o del meno con chi mi capiti sotto mano, di guardare un po’ di TV in lingua e di leggere più possibile (romanzi, saggi, riviste, ecc.) nelle mie lingue di lavoro. Tra l’altro, sono tutte abitudini da cui ho trovato molto giovamento per molti aspetti durante i miei incarichi di interpretariato e traduzione.</p>



<p><em><u>Insegnare una lingua straniera come atto di riflessione su noi stessi</u></em></p>



<p>In questi anni di libera professione mi è capitato spesso di insegnare sia simultanea/consecutiva che lingua tedesca e inglese. Ho notato che è soprattutto insegnando una lingua che si può apprezzare ancor di più la bellezza delle nostre lingue di lavoro, perché riscopri il piacere dell’intrigante sintassi tedesca o della varietà semantica e della potenza comunicativa dell’inglese.</p>



<p>In sintesi, credo sia fondamentale tornare ad amare le nostre lingue di lavoro e non considerarle più soltanto come mero mezzo per raggiungere i nostri obiettivi prestazionali. Godiamocele a pieno! Riflettiamo ancor di più su di esse, come quando abbiamo iniziato a muovere i primi passi nel magico mondo delle lingue.</p>



<p>Non so voi, ma è proprio lo studio delle lingue straniere che mi ha reso un parlante nativo ancor più consapevole della mia lingua madre: l’italiano. Lo diceva anche il grande Johann Wolfgang von Goethe: ​“Wer&nbsp;fremde Sprachen nicht kennt, weiß&nbsp;nichts&nbsp;von seiner eigenen.“ (Colui&nbsp;che non sa&nbsp;le&nbsp;lingue straniere,&nbsp;non sa&nbsp;nulla&nbsp;della propria).</p>



<p> E voi cosa ne pensate? Avete mai preso in considerazione questo aspetto? Mi piacerebbe leggere i vostri punti di vista qui sotto o nella sezione dei commenti.</p>
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		<title>DEUTSCHE SPRACHE, SCHÖNE SPRACHE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sergio Paris]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Jun 2020 09:50:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sprachen]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Wer mich privat und beruflich kennt, weiß schon, wie groß meine Leidenschaft für die deutsche Sprache ist. Deshalb wollte ich einmal in meinem Blog meinen persönlichen Beitrag zur Schönheit dieser Sprache leisten. In einem von meinen Lieblingsbüchern „L’interprete“ („Der Dolmetscher“)&#160;von&#160;Diego Marani&#160;liest man, dass die Sprachen wie die Zahnbürsten sind: jeder müsste seine eigene in den Mund stecken. Das ist eine Frage der Hygiene und der guten Erziehung.&#160;Lassen Sie mich heute „unfair“ sein,&#160;denn ich habe Lust,&#160;eine fremde Zahnbürste zu verwenden. Deshalb bitte ich der deutschsprachigen Leserin bzw. dem deutschsprachigen Leser um Entschuldigung für alle möglichen Fehler, die mir unvermeidlich entgehen können. Das ist wegen meiner sogenannten fremdsprachlichen Spontaneität. Ich bin kein deutscher Muttersprachler, aber Italienisch und Deutsch sind die Sprachen, die mir wirklich so sehr am Herzen liegen. Meinen deutschen Freunden, Kollegen und Bekannten sage ich immer, ich bin innerlich deutsch, was sich vielleicht viel schöner mit der unübersetzbaren italienischen Bezeichnung „crucco dentro“ ausdrücken lässt. Alles begann im Jahr 1992 bei meiner ersten Deutschstunde. Ich kann mich daran immer noch sehr gut erinnern, wie mir und meinen Schulkameraden die deutsche Sprache präsentiert wurde. Vorher war ich genauso wie die anderen total überzeugt, dass Deutsch gar keine gesprochene sondern eine gebellte Sprache war. Wo die Schönheit einer solchen Sprache lag, kam uns total unbekannt vor. Ganz zu schweigen von allen mit Deutschland verbundenen historischen Vorurteilen und kulturellen Klischees. Sobald meine erste Deutschlehrerin diese Sprache ausgesprochen hat, ist plötzlich jene verstellte Vorstellung der deutschen Sprache total verschwunden. Mir kommt schon wieder in den Sinn, wie viele Wörter sie an die Tafel geschrieben hatte. Sie hatte von uns allen die deutschen Wörter gesammelt, die nun mehr unbewusst unserem tagstäglichen Sprachgebrauch angehörten. Und es waren wirklich viele. Seitdem hat sich für mich Deutsch als eine ganz andere Sprache entpuppt. Schlicht gesagt war das Liebe auf den ersten Blick. Tja, die deutsche Sprache hatte für mich damals &#8211; und immer noch heute &#8211; eine ganz besondere Musikalität. Und in diese Musik habe ich mich damals total verliebt. Schrittweise war es mir total klar, wie schwer diese Sprache für einen Italiener sein konnte. Der Satzbau war für mich damals so geheimnisvoll, dass die Suche nach der richtigen Stellung eines Verbs in einem deutschen Satz manchmal wirklich so sehr herausfordernd war. Und zuletzt aber nicht weniger wichtig waren natürlich auch die ewig überlangen deutschen Wörter, die manchmal bis zu sogar vier und auch mehr weiteren Begriffen beinhalten konnten. Es war klar, im Weg standen vor mir so viele Hindernisse, bevor ich Deutsch wirklich gut in Wort und Schrift beherrschen konnte. Ich muss aber ehrlich sein, die Liebe und Begeisterung für diese Sprache haben mir immer wieder so sehr weitergeholfen, die schweren Universitätsjahren zu überwinden und mich in der Mentalität der Deutschen bzw. Österreicher während meiner häufigen Studiums- bzw. Arbeitsaufenthalte im Ausland&#160;einzuleben. Von damals bis heute sind viele Jahre vergangen und es gibt immer wieder etwas Neues über diese Sprache zu lernen. Bei jedem Dolmetsch &#8211; bzw. Übersetzungsauftrag finde ich, dass Italienisch und Deutsch wirklich eine perfekte Verbindung bilden. Heute fragt mich noch jemand, wieso ich diese Sprache ausgewählt habe und sie schauen mich immer mit aufgerissenen Augen, wenn ich ihnen sage, dass Deutsch meine Lieblingsfremdsprache ist. Und immer wieder höre ich die üblichen Vorurteile dem „Deutschtum“ gegenüber: „Deutsche Sprache, schwere Sprache&#8221;, „die Deutschen sind kalt“, „Deutsch ist nutzlos, denn in Deutschland wird natürlich auch Englisch gesprochen&#8221;. Sagt mir, was ihr wollt. In diesen 28 Jahren habe ich noch gar keinen Grund gegen die deutsche Sprache herausgefunden. Es tut mir Leid, ich habe noch nicht die Nase voll von dieser Sprache und Gott sei dank wird sie immer noch so sehr auf dem Markt gefragt. Diese Liebe und Begabung für Deutsch möchte ich auch soweit wie möglich meinem Nachwuchs übertragen, denn es lohnt sich einfach immer noch Deutsch zu lernen, insbesondere in unserem Land.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Wer mich privat und beruflich kennt, weiß schon, wie groß meine Leidenschaft für die deutsche Sprache ist. Deshalb wollte ich einmal in meinem Blog meinen persönlichen Beitrag zur Schönheit dieser Sprache leisten. In einem von meinen Lieblingsbüchern „<a href="http://rcslibri.corriere.it/bompiani/popup/marzo04/4521099.htm">L’interprete</a>“ („Der Dolmetscher“)&nbsp;von&nbsp;<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Diego_Marani_(scrittore)">Diego Marani</a>&nbsp;liest man, dass die Sprachen wie die Zahnbürsten sind: jeder müsste seine eigene in den Mund stecken. Das ist eine Frage der Hygiene und der guten Erziehung.&nbsp;Lassen Sie mich heute „unfair“ sein,&nbsp;denn ich habe Lust,&nbsp;eine fremde Zahnbürste zu verwenden. Deshalb bitte ich der deutschsprachigen Leserin bzw. dem deutschsprachigen Leser um Entschuldigung für alle möglichen Fehler, die mir unvermeidlich entgehen können. Das ist wegen meiner sogenannten fremdsprachlichen Spontaneität. Ich bin kein deutscher Muttersprachler, aber Italienisch und Deutsch sind die Sprachen, die mir wirklich so sehr am Herzen liegen. Meinen deutschen Freunden, Kollegen und Bekannten sage ich immer, ich bin innerlich deutsch, was sich vielleicht viel schöner mit der unübersetzbaren italienischen Bezeichnung „crucco dentro“ ausdrücken lässt.</p>



<p>Alles
begann im Jahr 1992 bei meiner ersten Deutschstunde. Ich kann mich daran immer
noch sehr gut erinnern, wie mir und meinen Schulkameraden die deutsche Sprache
präsentiert wurde. Vorher war ich genauso wie die anderen total überzeugt, dass
Deutsch gar keine gesprochene sondern eine gebellte Sprache war. Wo die
Schönheit einer solchen Sprache lag, kam uns total unbekannt vor. Ganz zu
schweigen von allen mit Deutschland verbundenen historischen Vorurteilen und
kulturellen Klischees. Sobald meine erste Deutschlehrerin diese Sprache
ausgesprochen hat, ist plötzlich jene verstellte Vorstellung der deutschen
Sprache total verschwunden. Mir kommt schon wieder in den Sinn, wie viele
Wörter sie an die Tafel geschrieben hatte. Sie hatte von uns allen die
deutschen Wörter gesammelt, die nun mehr unbewusst unserem tagstäglichen
Sprachgebrauch angehörten. Und es waren wirklich viele. Seitdem hat sich für
mich Deutsch als eine ganz andere Sprache entpuppt. Schlicht gesagt war das
Liebe auf den ersten Blick. Tja, die deutsche Sprache hatte für mich damals &#8211;
und immer noch heute &#8211; eine ganz besondere Musikalität. Und in diese Musik habe
ich mich damals total verliebt. Schrittweise war es mir total klar, wie schwer
diese Sprache für einen Italiener sein konnte. Der Satzbau war für mich damals
so geheimnisvoll, dass die Suche nach der richtigen Stellung eines Verbs in
einem deutschen Satz manchmal wirklich so sehr herausfordernd war. Und zuletzt
aber nicht weniger wichtig waren natürlich auch die ewig überlangen deutschen
Wörter, die manchmal bis zu sogar vier und auch mehr weiteren Begriffen
beinhalten konnten. Es war klar, im Weg standen vor mir so viele Hindernisse,
bevor ich Deutsch wirklich gut in Wort und Schrift beherrschen konnte. Ich muss
aber ehrlich sein, die Liebe und Begeisterung für diese Sprache haben mir immer
wieder so sehr weitergeholfen, die schweren Universitätsjahren zu überwinden
und mich in der Mentalität der Deutschen bzw. Österreicher während meiner
häufigen Studiums- bzw. Arbeitsaufenthalte im Ausland&nbsp;einzuleben.</p>



<p>Von damals bis heute sind viele Jahre vergangen und es gibt immer wieder etwas Neues über diese Sprache zu lernen. Bei jedem Dolmetsch &#8211; bzw. Übersetzungsauftrag finde ich, dass Italienisch und Deutsch wirklich eine perfekte Verbindung bilden. Heute fragt mich noch jemand, wieso ich diese Sprache ausgewählt habe und sie schauen mich immer mit aufgerissenen Augen, wenn ich ihnen sage, dass Deutsch meine Lieblingsfremdsprache ist. Und immer wieder höre ich die üblichen Vorurteile dem „Deutschtum“ gegenüber: „Deutsche Sprache, schwere Sprache&#8221;, „die Deutschen sind kalt“, „Deutsch ist nutzlos, denn in Deutschland wird natürlich auch Englisch gesprochen&#8221;. Sagt mir, was ihr wollt. In diesen 28 Jahren habe ich noch gar keinen Grund gegen die deutsche Sprache herausgefunden. Es tut mir Leid, ich habe noch nicht die Nase voll von dieser Sprache und Gott sei dank wird sie immer noch so sehr auf dem Markt gefragt. Diese Liebe und Begabung für Deutsch möchte ich auch soweit wie möglich meinem Nachwuchs übertragen, denn es lohnt sich einfach immer noch Deutsch zu lernen, insbesondere in unserem Land.</p>
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