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	<title>Marketing Archives - Sergio Paris</title>
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	<title>Marketing Archives - Sergio Paris</title>
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		<title>SOCIAL MEDIA E LA PERCEZIONE DEL VALORE PROFESSIONALE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sergio Paris]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Oct 2024 06:03:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Marketing]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In questo ultimo intenso periodo di lavoro, mi sono capitate alcune esperienze professionali in presenza in cui ho avuto l’occasione di conoscere dal vivo colleghi e colleghe che fino a quel momento erano solo contatti di lavoro nelle piattaforme social, più propriamente su LinkedIn. È sempre bello quando un volto, un commento, un “like”, un “consiglia” prende forma, ha una voce, uno sguardo. In realtà è proprio come se ci si vedesse per la prima volta, perché effettivamente è così, anche se abbiamo già avuto modo di farci un’idea di quella persona attraverso il feed delle condivisioni. Cosa scatta nella nostra mente quando questo accade? Come reagiamo al primo impatto? Ciò non riguarda solo la sfera lavorativa, ma anche l’ambito della nostra vita privata, a patto che usiamo i social anche soltanto per mantenerci in contatto con qualche lontano amico o parente. Un paio di occasioni, come dicevo, mi hanno spinto a fare alcune riflessioni che, ci tengo a precisare, non hanno alcuna intenzione di fare scuola o giudicare i diversi approcci che ognuno di noi può avere nei confronti dei social media, sia per uso privato che professionale. Chi mi conosce, dal vivo e appunto tramite social, sa che uso queste piattaforme (LinkedIn soprattutto) per farmi pubblicità, per ampliare la mia rete. Sarebbe sciocco pensare nel mondo di oggi che i social siano inutili, quando sappiamo che per ogni singola cosa come ordinare da mangiare, prenotare un volo aereo, acquistare un regalo di compleanno (per fare solo qualche esempio), consultiamo la rete, a prescindere che ci porti a fare scelte giuste o sbagliate. Il cliente potenziale o oramai consolidato ha già un’idea di noi basata su quanto noi condividiamo, pubblichiamo nei social network. Non sto dicendo nulla di nuovo. Non sto salendo sulla cattedra dell’esperto di social media marketing, né tanto meno di un social media manager di professione. Le riflessioni e le reazioni più o meno palesi dentro di noi possono essere diverse. La più estrema potrebbe essere pensare: “credevo fosse più bravo/a!”. Oppure: “sui social sembra chissà quanto è bravo/a, ma in realtà è molto più scarso/a!” Oppure: “vediamo se andrà a condividere anche questo servizio!”. “È esattamente come me lo/a immaginavo!” Potrei continuare l’elenco all’infinito, anche perché ognuno ha una propria percezione, un proprio punto di vista. Cambia solo la prospettiva. Non si tratta di stabilire quanto tutto questo sia più o meno giusto. La percezione che in generale gli altri hanno di noi svolge un ruolo fondamentale nelle relazioni sociali. Se parliamo di lavoro, tale principio vale ancor di più. Come ci vedono gli altri, ma anche come noi vediamo gli altri può essere determinante nell’ottica di una scelta professionale di successo ed è proprio in questo punto che si dipana la complessa matassa dell’intelligenza relazionale, che è quasi un must per qualsiasi impresa e/o professionista che voglia riscuotere successo. Per essere più precisi, forse si dovrebbe parlare di intelligenza sociale che stabilisce relazioni di omologazione, inclusione, esclusione, ma anche di differenziazione. Ci si potrebbe chiedere quanto tutto questo abbia a che fare con quella che per molti è una “semplice” condivisione di contenuti. Non è una mera condivisione di post, articoli, foto, ma molto di più. Ogni volta che condividiamo qualsiasi contenuto, decidiamo di mostrare, proprio come farebbe un attore a teatro, un aspetto di sé nei confronti di chi ci legge, di chi ci guarda. Più siamo autentici e personali e più andiamo a toccare le percezioni buone e positive che gli altri possono avere di noi. Di contro, più la modalità di condivisione risulta forzata, impersonale, autocelebrativa e senza una linea di narrazione coerente con quanto vogliamo comunicare, più le sensazioni suscitate possono essere contrastanti e talvolta disturbanti. I social, lo sappiamo, hanno il vantaggio di velocizzare e ottimizzare le possibilità di fare networking, ma al contempo sono croce e delizia dei nostri tempi, poiché se approcciati male possono suscitare sentimenti di invidia e portare a demotivazione e mancanza di autostima. Non credo sia opportuno giudicare qualcuno solo per quello che posta, pubblica, condivide; come non è neanche giusto idealizzare troppo quello che leggiamo sui social, nel bene e nel male. I social media sono come dei boomerang che restituiscono (talvolta con gli interessi) quello che abbiamo lanciato. Se uno strumento è ben accordato e la musica è gradevole, la cassa di risonanza riecheggerà la stessa melodia senza distorcere il suono. Perché in fin dei conti, se chi ha usufruito dei nostri servizi, ci ha prima conosciuto in rete e poi torna da noi, vuol dire che quella voce era autentica. Vuol dire che dietro quell’immagine c’è della sostanza. In fin dei conti, la nostra migliore strategia social – e non è la stessa per tutte e per tutti – è quella che rispecchia la nostra vera personalità. E di questo i colleghi, le colleghe, i clienti, i collaboratori, le collaboratrici se ne accorgono subito. Non c’è bisogno di accumulare visualizzazioni e/o like per fare in modo che la nostra strategia social porti al risultato sperato e cioè fare business e ampliare la nostra rete di collaborazioni che in questi tempi sempre più ingrati sembra non bastare mai. Dovremmo ricordarci che dietro un profilo in qualsiasi piattaforma social c’è una persona, un/a professionista che sta cercando di instaurare una relazione che, seppur virtuale, prima o poi potrebbe diventare reale. Non credo sia giusto standardizzare il nostro modo di comunicare in rete. Non esistono regole universali. Non per forza ciò che fa e che pensa sia giusto fare la maggior parte degli utenti della rete è la soluzione ideale valida per tutti. Come sempre la verità sta nel mezzo e non è sempre facile mediare nel mondo virtuale che sta diventando sempre più divisivo e polarizzante.</p>
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<p>In questo ultimo intenso periodo di lavoro, mi sono capitate alcune esperienze professionali in presenza in cui ho avuto l’occasione di conoscere dal vivo colleghi e colleghe che fino a quel momento erano solo contatti di lavoro nelle piattaforme social, più propriamente su LinkedIn. È sempre bello quando un volto, un commento, un “like”, un “consiglia” prende forma, ha una voce, uno sguardo. In realtà è proprio come se ci si vedesse per la prima volta, perché effettivamente è così, anche se abbiamo già avuto modo di farci un’idea di quella persona attraverso il feed delle condivisioni.</p>



<p>Cosa scatta nella nostra mente quando questo accade? Come reagiamo al primo impatto? Ciò non riguarda solo la sfera lavorativa, ma anche l’ambito della nostra vita privata, a patto che usiamo i social anche soltanto per mantenerci in contatto con qualche lontano amico o parente.</p>



<p>Un paio di occasioni, come dicevo, mi hanno spinto a fare alcune riflessioni che, ci tengo a precisare, non hanno alcuna intenzione di fare scuola o giudicare i diversi approcci che ognuno di noi può avere nei confronti dei social media, sia per uso privato che professionale.</p>



<p>Chi mi conosce, dal vivo e appunto tramite social, sa che uso queste piattaforme (LinkedIn soprattutto) per farmi pubblicità, per ampliare la mia rete. Sarebbe sciocco pensare nel mondo di oggi che i social siano inutili, quando sappiamo che per ogni singola cosa come ordinare da mangiare, prenotare un volo aereo, acquistare un regalo di compleanno (per fare solo qualche esempio), consultiamo la rete, a prescindere che ci porti a fare scelte giuste o sbagliate.</p>



<p>Il cliente potenziale o oramai consolidato ha già un’idea di noi basata su quanto noi condividiamo, pubblichiamo nei social network. Non sto dicendo nulla di nuovo. Non sto salendo sulla cattedra dell’esperto di social media marketing, né tanto meno di un social media manager di professione.</p>



<p>Le riflessioni e le reazioni più o meno palesi dentro di noi possono essere diverse. La più estrema potrebbe essere pensare: “credevo fosse più bravo/a!”. Oppure: “sui social sembra chissà quanto è bravo/a, ma in realtà è molto più scarso/a!” Oppure: “vediamo se andrà a condividere anche questo servizio!”. “È esattamente come me lo/a immaginavo!” Potrei continuare l’elenco all’infinito, anche perché ognuno ha una propria percezione, un proprio punto di vista. Cambia solo la prospettiva. Non si tratta di stabilire quanto tutto questo sia più o meno giusto.</p>



<p>La percezione che in generale gli altri hanno di noi svolge un ruolo fondamentale nelle relazioni sociali. Se parliamo di lavoro, tale principio vale ancor di più. Come ci vedono gli altri, ma anche come noi vediamo gli altri può essere determinante nell’ottica di una scelta professionale di successo ed è proprio in questo punto che si dipana la complessa matassa dell’intelligenza relazionale, che è quasi un must per qualsiasi impresa e/o professionista che voglia riscuotere successo. Per essere più precisi, forse si dovrebbe parlare di intelligenza sociale che stabilisce relazioni di omologazione, inclusione, esclusione, ma anche di differenziazione.</p>



<p>Ci si potrebbe chiedere quanto tutto questo abbia a che fare con quella che per molti è una “semplice” condivisione di contenuti. Non è una mera condivisione di post, articoli, foto, ma molto di più. Ogni volta che condividiamo qualsiasi contenuto, decidiamo di mostrare, proprio come farebbe un attore a teatro, un aspetto di sé nei confronti di chi ci legge, di chi ci guarda. Più siamo autentici e personali e più andiamo a toccare le percezioni buone e positive che gli altri possono avere di noi. Di contro, più la modalità di condivisione risulta forzata, impersonale, autocelebrativa e senza una linea di narrazione coerente con quanto vogliamo comunicare, più le sensazioni suscitate possono essere contrastanti e talvolta disturbanti. I social, lo sappiamo, hanno il vantaggio di velocizzare e ottimizzare le possibilità di fare networking, ma al contempo sono croce e delizia dei nostri tempi, poiché se approcciati male possono suscitare sentimenti di invidia e portare a demotivazione e mancanza di autostima.</p>



<p>Non credo sia opportuno giudicare qualcuno solo per quello che posta, pubblica, condivide; come non è neanche giusto idealizzare troppo quello che leggiamo sui social, nel bene e nel male. I social media sono come dei boomerang che restituiscono (talvolta con gli interessi) quello che abbiamo lanciato. Se uno strumento è ben accordato e la musica è gradevole, la cassa di risonanza riecheggerà la stessa melodia senza distorcere il suono. Perché in fin dei conti, se chi ha usufruito dei nostri servizi, ci ha prima conosciuto in rete e poi torna da noi, vuol dire che quella voce era autentica. Vuol dire che dietro quell’immagine c’è della sostanza.</p>



<p>In fin dei conti, la nostra migliore strategia social – e non è la stessa per tutte e per tutti – è quella che rispecchia la nostra vera personalità. E di questo i colleghi, le colleghe, i clienti, i collaboratori, le collaboratrici se ne accorgono subito. Non c’è bisogno di accumulare visualizzazioni e/o like per fare in modo che la nostra strategia social porti al risultato sperato e cioè fare business e ampliare la nostra rete di collaborazioni che in questi tempi sempre più ingrati sembra non bastare mai.</p>



<p>Dovremmo ricordarci che dietro un profilo in qualsiasi piattaforma social c’è una persona, un/a professionista che sta cercando di instaurare una relazione che, seppur virtuale, prima o poi potrebbe diventare reale.</p>



<p>Non credo sia giusto standardizzare il nostro modo di comunicare in rete. Non esistono regole universali. Non per forza ciò che fa e che pensa sia giusto fare la maggior parte degli utenti della rete è la soluzione ideale valida per tutti. </p>



<p>Come sempre la verità sta nel mezzo e non è sempre facile mediare nel mondo virtuale che sta diventando sempre più divisivo e polarizzante.</p>
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		<title>COS’È L’INTELLIGENZA LINGUISTICA?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sergio Paris]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Oct 2023 08:07:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dolmetschen]]></category>
		<category><![CDATA[Marketing]]></category>
		<category><![CDATA[Sprachen]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Guest blog: oggi il mio blog ha il piacere di ospitare un articolo di Luca Talamonti in cui si parla di una competenza fondamentale, che soprattutto a noi professionisti della comunicazione multilingue non dovrebbe mai mancare, anche e non solo nell’ottica di un marketing più efficace, ovvero l’intelligenza linguistica. Vi invito a leggere il suo blog e a seguire i suoi webinar. Fonte articolo originale: &#8220;Cos&#8217;è l&#8217;intelligenza linguistica?&#8220; L’Intelligenza Linguistica&#160;è una delle 7 contemplate nel modello delle intelligenze multiple, teorizzato dallo psicologo statunitense Howard Gardner. Essa si riferisce alla capacità di apprendere e utilizzare il linguaggio scritto e parlato per capire e farsi capire. In realtà, però, si tratta di molto più di questo. Il linguaggio, infatti, è il principale strumento che usiamo per relazionarci con gli altri, ma pochissime sono le persone che ne conoscono il reale potere e i precisi impatti che le parole producono sul cervello umano. La disciplina nota come “Intelligenza Linguistica” riguarda dunque tutti quegli studi sul linguaggio, che ne hanno scoperto le reali potenzialità e rappresenta un bagaglio di strumenti e tecniche da utilizzare nella propria vita per migliorare la comunicazione con se stessi e con gli altri. Il vero potere del linguaggio Per prima cosa, è fondamentale sfatare un mito: il livello verbale della comunicazione (ossia le parole che usiamo) è&#160;tanto importante&#160;quanto quello paraverbale (il modo di usare la voce) e quello non verbale (gesti, espressioni facciali, abbigliamento, ecc.). È importante sottolineare questo concetto, in quanto alcuni studi male interpretati dello psicologo Albert Mehrabian parrebbero andare in un’altra direzione, concedendo alle parole solo il 7% del peso in una comunicazione faccia a faccia. Non è così e a spiegarlo è lo stesso Mehrabian. Inoltre, le parole hanno il grande potere di&#160;creare la realtà. Non la realtà oggettiva (che è, si dice, totalmente inconoscibile), bensì quella soggettiva, ossia ciò che noi vediamo, sentiamo, percepiamo. Questo avviene a causa di una serie di meccanismi tipici del cervello umano, anch’essi dimostrati scientificamente più e più volte. Per prima cosa, va detto che il nostro cervello inizia a ritenere una cosa importante (e a farla propria, interpretandola come vera, naturale, acclarata) quando se la sente&#160;ripetere&#160;più volte, specialmente se da fonti che ritiene autorevoli. E, solitamente, per il nostro cervello non esiste nessuno di più autorevole di noi stessi. Di conseguenza, più ripetiamo (e ci ripetiamo internamente, con quella vocina con cui pensiamo, che tecnicamente si chiama “Dialogo Interno”) alcune cose, più esse diventeranno vere per il nostro cervello, fino a diventare anche convinzioni, obiettivi, tratti caratteriali. A questo punto, entra in gioco un altro meccanismo tipico del cervello umano, che si chiama “Principio di Coerenza Interna”. Funziona così: il cervello ha bisogno di trovare coerenza fra ciò che crede e ritiene importante e ciò che vede nella realtà circostante. Se così non fosse, il nostro cervello andrebbe in tilt, la nostra autostima ne risentirebbe e proveremmo una forte sensazione di disagio (anche questo fenomeno ha un nome tecnico, ed è “Dissonanza Cognitiva”). Per evitare la Dissonanza Cognitiva, ecco dunque che il cervello interviene nella nostra percezione della realtà, usando dei filtri che, in particolare, si chiamano&#160;Distorsioni&#160;e&#160;Cancellazioni: in parole semplici, tendiamo a distorcere la realtà e a cancellarne intere porzioni in modo da rendere la realtà coerente con ciò che già abbiamo dentro di noi e, in pratica, in modo da “vedere solo ciò che vogliamo vedere”. Si tratta di meccanismi automatici, di cui spesso non ci rendiamo conto, e che avvengono nel cervello di chiunque e in assoluta buona fede. Ricapitolando: più ci ripetiamo, ripetiamo ad altri o ci viene ripetuta da una fonte autorevole una determinata cosa, più per il nostro cervello&#160;diventa vera. A questo punto, il cervello “adatta” la realtà circostante che percepisce per renderla&#160;coerente&#160;con ciò che per il nostro cervello è vero ed evitare la Dissonanza Cognitiva. Le parole creano la realtà, come dicono i maghi (“Abracadabra” deriva dall’aramaico e significa “Io creo come parlo”) e come è scritto, ad esempio, nella Bibbia (“In principio era il Verbo. E il Verbo era presso Dio. E il Verbo era Dio”).&#160; Così come dici stai (e fai stare) E c’è di più. Diversi importanti studi internazionali hanno infatti dimostrato che esiste una stretta&#160;correlazione fra le parole e gli ormoni. Pare infatti che l’utilizzo (orale e scritto) e la ricezione di specifiche parole faccia sì che il nostro cervello rilasci determinati ormoni, a seconda del tipo di parola con cui entriamo in contatto. Ci sono parole che favoriscono, ad esempio, il rilascio di Ossitocina (l’ormone dell’amore), altre di Dopamina (l’ormone della ricompensa), altre ancora di Cortisolo (l’ormone dello stress) e così via. E perché queste scoperte sarebbero così sensazionali? Semplice: perché il mix di ormoni che abbiamo in corpo dà vita a ciò che noi comunemente chiamiamo&#160;emozioni. E le emozioni guidano i nostri pensieri, le nostre scelte, i nostri comportamenti. Tutto questo ci insegna che esistono molti modi diversi di pensare, di dire e di scrivere le stesse cose e, in base a come lo facciamo, siamo in grado di modificare la percezione della realtà (nostra e degli altri) e, soprattutto, di veicolare (a noi stessi e agli altri) emozioni diverse. Per esempio, dire a una persona che “svolgere il tal compito è difficile e richiede molti sacrifici” produce risultati diversi dal dirle che “svolgere il tal compito è sfidante e richiede il massimo impegno”, non trovi?&#160; I vantaggi dell’Intelligenza Linguistica Quanto detto fin qui non è che la punta dell’iceberg di questa sorprendente disciplina, la quale ha risvolti&#160;pratici e immediati&#160;in ogni contesto. Pensa a tutte le volte in cui, pur essendo animato dalle migliori intenzioni, non sei riuscito a raggiungere i risultati relazionali che volevi: con tua figlia, con tua moglie, con tuo marito, col tuo collega, col tuo capo, col potenziale cliente, ecc. Probabilmente accadeva perché non conoscevi questi meccanismi delle parole e del cervello umano e, dunque, usavi il linguaggio in modo un po’ randomico. Approfondire questo argomento è di straordinaria importanza per chiunque, perché è in grado di migliorare ogni aspetto della [&#8230;]</p>
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<p><strong>Guest blog</strong>: oggi il mio blog ha il piacere di ospitare un articolo di Luca Talamonti in cui si parla di una competenza fondamentale, che soprattutto a noi professionisti della comunicazione multilingue non dovrebbe mai mancare, anche e non solo nell’ottica di un marketing più efficace, ovvero l’intelligenza linguistica. Vi invito a leggere il suo blog e a seguire i suoi webinar.</p>



<p>Fonte articolo originale: &#8220;<a href="https://www.lucatalamonti.it/cose-lintelligenza-linguistica/?fbclid=IwAR1HMKZd4blxcxsdZ1qt4MFod0d4B0xGQBbELPr9tcXXFLGVZB-Ov6BRuMw&amp;cn-reloaded=1" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Cos&#8217;è l&#8217;intelligenza linguistica?</a>&#8220;</p>



<p>L’Intelligenza Linguistica&nbsp;è una delle 7 contemplate nel modello delle intelligenze multiple, teorizzato dallo psicologo statunitense Howard Gardner.</p>



<p>Essa si riferisce alla capacità di apprendere e utilizzare il linguaggio scritto e parlato per capire e farsi capire.</p>



<p>In realtà, però, si tratta di molto più di questo.</p>



<p>Il linguaggio, infatti, è il principale strumento che usiamo per relazionarci con gli altri, ma pochissime sono le persone che ne conoscono il reale potere e i precisi impatti che le parole producono sul cervello umano.</p>



<p>La disciplina nota come “Intelligenza Linguistica” riguarda dunque tutti quegli studi sul linguaggio, che ne hanno scoperto le reali potenzialità e rappresenta un bagaglio di strumenti e tecniche da utilizzare nella propria vita per migliorare la comunicazione con se stessi e con gli altri.</p>



<p><strong>Il vero potere del linguaggio</strong></p>



<p>Per prima cosa, è fondamentale sfatare un mito: il livello verbale della comunicazione (ossia le parole che usiamo) è&nbsp;tanto importante&nbsp;quanto quello paraverbale (il modo di usare la voce) e quello non verbale (gesti, espressioni facciali, abbigliamento, ecc.).</p>



<p>È importante sottolineare questo concetto, in quanto alcuni studi male interpretati dello psicologo Albert Mehrabian parrebbero andare in un’altra direzione, concedendo alle parole solo il 7% del peso in una comunicazione faccia a faccia. Non è così e a spiegarlo è lo stesso Mehrabian.</p>



<p>Inoltre, le parole hanno il grande potere di&nbsp;creare la realtà.</p>



<p>Non la realtà oggettiva (che è, si dice, totalmente inconoscibile), bensì quella soggettiva, ossia ciò che noi vediamo, sentiamo, percepiamo.</p>



<p>Questo avviene a causa di una serie di meccanismi tipici del cervello umano, anch’essi dimostrati scientificamente più e più volte.</p>



<p>Per prima cosa, va detto che il nostro cervello inizia a ritenere una cosa importante (e a farla propria, interpretandola come vera, naturale, acclarata) quando se la sente&nbsp;ripetere&nbsp;più volte, specialmente se da fonti che ritiene autorevoli. E, solitamente, per il nostro cervello non esiste nessuno di più autorevole di noi stessi. Di conseguenza, più ripetiamo (e ci ripetiamo internamente, con quella vocina con cui pensiamo, che tecnicamente si chiama “Dialogo Interno”) alcune cose, più esse diventeranno vere per il nostro cervello, fino a diventare anche convinzioni, obiettivi, tratti caratteriali.</p>



<p>A questo punto, entra in gioco un altro meccanismo tipico del cervello umano, che si chiama “Principio di Coerenza Interna”. Funziona così: il cervello ha bisogno di trovare coerenza fra ciò che crede e ritiene importante e ciò che vede nella realtà circostante.</p>



<p>Se così non fosse, il nostro cervello andrebbe in tilt, la nostra autostima ne risentirebbe e proveremmo una forte sensazione di disagio (anche questo fenomeno ha un nome tecnico, ed è “Dissonanza Cognitiva”).</p>



<p>Per evitare la Dissonanza Cognitiva, ecco dunque che il cervello interviene nella nostra percezione della realtà, usando dei filtri che, in particolare, si chiamano&nbsp;Distorsioni&nbsp;e&nbsp;Cancellazioni: in parole semplici, tendiamo a distorcere la realtà e a cancellarne intere porzioni in modo da rendere la realtà coerente con ciò che già abbiamo dentro di noi e, in pratica, in modo da “vedere solo ciò che vogliamo vedere”.</p>



<p>Si tratta di meccanismi automatici, di cui spesso non ci rendiamo conto, e che avvengono nel cervello di chiunque e in assoluta buona fede.</p>



<p>Ricapitolando: più ci ripetiamo, ripetiamo ad altri o ci viene ripetuta da una fonte autorevole una determinata cosa, più per il nostro cervello&nbsp;diventa vera. A questo punto, il cervello “adatta” la realtà circostante che percepisce per renderla&nbsp;coerente&nbsp;con ciò che per il nostro cervello è vero ed evitare la Dissonanza Cognitiva.</p>



<p>Le parole creano la realtà, come dicono i maghi (“Abracadabra” deriva dall’aramaico e significa “Io creo come parlo”) e come è scritto, ad esempio, nella Bibbia (“In principio era il Verbo. E il Verbo era presso Dio. E il Verbo era Dio”).&nbsp;</p>



<p><strong>Così come dici stai (e fai stare)</strong></p>



<p>E c’è di più.</p>



<p>Diversi importanti studi internazionali hanno infatti dimostrato che esiste una stretta&nbsp;correlazione fra le parole e gli ormoni.</p>



<p>Pare infatti che l’utilizzo (orale e scritto) e la ricezione di specifiche parole faccia sì che il nostro cervello rilasci determinati ormoni, a seconda del tipo di parola con cui entriamo in contatto.</p>



<p>Ci sono parole che favoriscono, ad esempio, il rilascio di Ossitocina (l’ormone dell’amore), altre di Dopamina (l’ormone della ricompensa), altre ancora di Cortisolo (l’ormone dello stress) e così via.</p>



<p>E perché queste scoperte sarebbero così sensazionali?</p>



<p>Semplice: perché il mix di ormoni che abbiamo in corpo dà vita a ciò che noi comunemente chiamiamo&nbsp;emozioni.</p>



<p>E le emozioni guidano i nostri pensieri, le nostre scelte, i nostri comportamenti.</p>



<p>Tutto questo ci insegna che esistono molti modi diversi di pensare, di dire e di scrivere le stesse cose e, in base a come lo facciamo, siamo in grado di modificare la percezione della realtà (nostra e degli altri) e, soprattutto, di veicolare (a noi stessi e agli altri) emozioni diverse.</p>



<p>Per esempio, dire a una persona che “svolgere il tal compito è difficile e richiede molti sacrifici” produce risultati diversi dal dirle che “svolgere il tal compito è sfidante e richiede il massimo impegno”, non trovi?&nbsp;</p>



<p><strong>I vantaggi dell’Intelligenza Linguistica</strong></p>



<p>Quanto detto fin qui non è che la punta dell’iceberg di questa sorprendente disciplina, la quale ha risvolti&nbsp;pratici e immediati&nbsp;in ogni contesto.</p>



<p>Pensa a tutte le volte in cui, pur essendo animato dalle migliori intenzioni, non sei riuscito a raggiungere i risultati relazionali che volevi: con tua figlia, con tua moglie, con tuo marito, col tuo collega, col tuo capo, col potenziale cliente, ecc.</p>



<p>Probabilmente accadeva perché non conoscevi questi meccanismi delle parole e del cervello umano e, dunque, usavi il linguaggio in modo un po’ randomico.</p>



<p>Approfondire questo argomento è di straordinaria importanza per chiunque, perché è in grado di migliorare ogni aspetto della propria vita a costo zero. Basta solo uscire dalla zona di comfort, impegnarsi un po’ ed essere costanti e, come per tutte le cose, dopo un po’ di tempo di pratica imparerai anche tu a usare in modo eccellente il grande potere magico del linguaggio.</p>
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		<title>IL PREVENTIVO PER I SERVIZI LINGUISTICI &#8211; NON SOLO UNA QUESTIONE DI PREZZO</title>
		<link>https://www.sergioparis.it/de/il-preventivo-per-i-servizi-linguistici-non-solo-una-questione-di-prezzo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Sergio Paris]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Sep 2021 14:29:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dolmetschen]]></category>
		<category><![CDATA[Marketing]]></category>
		<category><![CDATA[Übersetzung]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quante volte ci è capitato di ricevere offerte di lavoro indegne? Quante volte il cliente ha ritenuto il nostro preventivo troppo alto e fuori budget? Ci sembra sempre di aver sbagliato qualcosa nella nostra proposta, nella nostra offerta. Pensiamo spesso che forse quel preventivo non sia andato in porto perché surclassati da offerte più appetibili e meno onerose per il cliente. Siamo alle solite. Ci impegniamo a redigere preventivi a regola d’arte e inevitabilmente sembra sempre mancare quel qualcosa in più per avere la meglio sulla concorrenza. Ho riflettuto a lungo ultimamente su questo aspetto, soprattutto in questo particolare momento storico, anche se oramai si tratta di un’annosa questione che mi ha sempre accompagnato sin dai primissimi tempi della libera professione. Davvero tutto dipende dalla nostra offerta e dalla tariffa che proponiamo? Non è solo una questione di prezzo Quanti di noi possono vantare di aver accumulato una lunga serie di preventivi? Io potrei scrivere un CV solo di preventivi e classificarli tra quelli che hanno riscosso successo e quelli che invece sono stati scartati e, ad essere sinceri, ce ne sono molti anche tra quelli non confermati. Ovviamente non ho scritto nessun CV dei miei preventivi, ma ho recentemente fatto una disamina per capire quali fossero i punti forti e quali i punti deboli. Il prezzo non è in nessun modo indicativo di nulla, anche perché posso dire che molti dei preventivi andati in porto sono quelli con tariffe più che professionali; preventivi per i quali mi ero speso molto in termini di comunicazione e nell’imprescindibile arte della persuasione ad hoc. Il prezzo è solo la facciata esterna di tutto quello che offriamo e non può in alcun modo rappresentarci a pieno. Il nostro valore è sì quantificabile, ma è anche giusto far capire al cliente non cosa, ma chi sta dietro a quella cifra. Un cambio di prospettiva Saper comunicare e trasmettere un preventivo o un’offerta è forse il primo passo fondamentale da compiere. Non ha senso riproporre sempre e solo la stessa formula, quando il cliente ha bisogno di farsi convincere e soprattutto quando deve scegliere tra più proposte. Nel nostro settore molti di noi assistono quotidianamente ad una sempre più crescente mercificazione dei propri servizi. La spirale dei prezzi spinge sempre più al ribasso e se talvolta siamo costretti a chiudere un occhio, arriviamo a un punto tale da non poter più sostenere questa caduta libera dei compensi. Mi sono posto alcune domande. Davvero sappiamo comunicare bene in cosa consiste il nostro lavoro? Ognuno di noi, nel nostro piccolo, compie lo sforzo necessario per far capire alla committenza presente sul mercato il valore di ciò che rappresentiamo? Il valore siamo noi Rivedendo il famoso elenco dei preventivi andati in porto, mi sono chiesto dove si trovasse il vero valore che a suo tempo avevo presentato al cliente. Mi sono reso conto che non era tanto una questione di prezzo, ma la soluzione che potevo rappresentare per il mio futuro cliente. Non ha senso dire soltanto che il mio servizio ha una determinata tariffa e che per la sua durata è prevista tale cifra. Credo abbia molto più senso prima capire di cosa ha effettivamente bisogno il cliente in questione. Talvolta cercano un traduttore, ma in realtà vogliono un interprete. Talvolta dicono di aver bisogno di una simultanea, quando in realtà si tratta di una trattativa tra partner commerciali, solo per citare alcuni possibili scenari. Molto più spesso di quanto pensiamo, possiamo offrire più soluzioni e forse non ne siamo totalmente consapevoli. Il valore siamo noi e dobbiamo far capire in cosa consiste, perché questo è decisamente superiore a quanto può offrire, ad esempio, il figlio del vicino di casa che ha lavorato per un anno a Londra. Quante volte ci è stata data questa alternativa in risposta al nostro preventivo ritenuto troppo costoso? Quante volte invece, dopo il servizio, mi sono sentito dire grazie, visto che effettivamente avevo rappresentato una soluzione più che un servizio e questo perché molti non sanno nemmeno in cosa consista, all&#8217;atto pratico, il lavoro dell’interprete e del traduttore. Perché non spendere un po’ di tempo nel cercare di far capire in maniera semplice la complessità del nostro lavoro? Uscire dal rango L’arte della persuasione è fatta di linguaggi semplici e trasparenti. Non ha senso presentare al cliente tutta una serie di problematiche alla base della nostra professione. Spiegare in maniera semplice qual è il nostro ruolo è forse quella spinta necessaria che predispone il cliente ad ascoltarci. Per questo motivo, bisogna uscire dal rango e imparare a ragionare nello stesso modo in cui pensa il cliente. Solo così quello che altrimenti potrebbe sembrare troppo oneroso, può diventare il prezzo che rispecchia in maniera equa il nostro valore. Non serve a nulla rimanere immobili in determinate posizioni, perché il mercato è oramai in continua evoluzione e anche la figura dell’interprete e del traduttore necessita sicuramente di un nuovo linguaggio, di una nuova cornice per trasmettere l’importanza di un mestiere che, come ben sappiamo, esiste sin dalla notte dei tempi. È veramente colpa del mercato? Volendo trarre una lezione da questa mia analisi, potrei concludere dicendo che non sono così sicuro che sia tutta colpa del mercato se la spirale dei prezzi sembri oramai inarrestabile. Siamo noi i protagonisti principali del nostro settore. Se iniziassimo a cambiare approccio mentale e a capire che possiamo fare squadra con il cliente, forse si capirebbe quel valore aggiunto che siamo in grado di offrire e cioè il valore umano – un valore inestimabile che talvolta può farsi pagare anche oro per tutte le soluzioni possibili e inimmaginabili che può mettere a disposizione della committenza. E voi avete mai pensato alla vostra formula vincente, affinché un preventivo vada in porto? Mi piacerebbe leggere il vostro punto di vista nella sezione dei commenti.</p>
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<p>Quante volte ci è capitato di ricevere offerte di lavoro indegne? Quante volte il cliente ha ritenuto il nostro preventivo troppo alto e fuori budget? Ci sembra sempre di aver sbagliato qualcosa nella nostra proposta, nella nostra offerta. Pensiamo spesso che forse quel preventivo non sia andato in porto perché surclassati da offerte più appetibili e meno onerose per il cliente.</p>



<p>Siamo alle solite. Ci impegniamo a redigere preventivi a regola d’arte e inevitabilmente sembra sempre mancare quel qualcosa in più per avere la meglio sulla concorrenza.</p>



<p>Ho riflettuto a lungo ultimamente su questo aspetto, soprattutto in questo particolare momento storico, anche se oramai si tratta di un’annosa questione che mi ha sempre accompagnato sin dai primissimi tempi della libera professione.</p>



<p>Davvero tutto dipende dalla nostra offerta e dalla tariffa che proponiamo?</p>



<p><em><u>Non è solo una questione di prezzo</u></em></p>



<p>Quanti di noi possono vantare di aver accumulato una lunga serie di preventivi? Io potrei scrivere un CV solo di preventivi e classificarli tra quelli che hanno riscosso successo e quelli che invece sono stati scartati e, ad essere sinceri, ce ne sono molti anche tra quelli non confermati. Ovviamente non ho scritto nessun CV dei miei preventivi, ma ho recentemente fatto una disamina per capire quali fossero i punti forti e quali i punti deboli. Il prezzo non è in nessun modo indicativo di nulla, anche perché posso dire che molti dei preventivi andati in porto sono quelli con tariffe più che professionali; preventivi per i quali mi ero speso molto in termini di comunicazione e nell’imprescindibile arte della persuasione ad hoc. Il prezzo è solo la facciata esterna di tutto quello che offriamo e non può in alcun modo rappresentarci a pieno. Il nostro valore è sì quantificabile, ma è anche giusto far capire al cliente non cosa, ma chi sta dietro a quella cifra.</p>



<p><em><u>Un cambio di prospettiva</u></em></p>



<p>Saper comunicare e trasmettere un preventivo o un’offerta è forse il primo passo fondamentale da compiere. Non ha senso riproporre sempre e solo la stessa formula, quando il cliente ha bisogno di farsi convincere e soprattutto quando deve scegliere tra più proposte.</p>



<p>Nel nostro settore molti di noi assistono quotidianamente ad una sempre più crescente mercificazione dei propri servizi. La spirale dei prezzi spinge sempre più al ribasso e se talvolta siamo costretti a chiudere un occhio, arriviamo a un punto tale da non poter più sostenere questa caduta libera dei compensi.</p>



<p>Mi sono posto alcune domande. Davvero sappiamo comunicare bene in cosa consiste il nostro lavoro? Ognuno di noi, nel nostro piccolo, compie lo sforzo necessario per far capire alla committenza presente sul mercato il valore di ciò che rappresentiamo?</p>



<p><em><u>Il valore siamo noi</u></em></p>



<p>Rivedendo il famoso elenco dei preventivi andati in porto, mi sono chiesto dove si trovasse il vero valore che a suo tempo avevo presentato al cliente. Mi sono reso conto che non era tanto una questione di prezzo, ma la soluzione che potevo rappresentare per il mio futuro cliente. Non ha senso dire soltanto che il mio servizio ha una determinata tariffa e che per la sua durata è prevista tale cifra. Credo abbia molto più senso prima capire di cosa ha effettivamente bisogno il cliente in questione. Talvolta cercano un traduttore, ma in realtà vogliono un interprete. Talvolta dicono di aver bisogno di una simultanea, quando in realtà si tratta di una trattativa tra partner commerciali, solo per citare alcuni possibili scenari.</p>



<p>Molto più spesso di quanto pensiamo, possiamo offrire più soluzioni e forse non ne siamo totalmente consapevoli. Il valore siamo noi e dobbiamo far capire in cosa consiste, perché questo è decisamente superiore a quanto può offrire, ad esempio, il figlio del vicino di casa che ha lavorato per un anno a Londra. Quante volte ci è stata data questa alternativa in risposta al nostro preventivo ritenuto troppo costoso?</p>



<p>Quante volte invece, dopo il servizio, mi sono sentito dire grazie, visto che effettivamente avevo rappresentato una soluzione più che un servizio e questo perché molti non sanno nemmeno in cosa consista, all&#8217;atto pratico, il lavoro dell’interprete e del traduttore.</p>



<p>Perché non spendere un po’ di tempo nel cercare di far capire in maniera semplice la complessità del nostro lavoro?</p>



<p><em><u>Uscire dal rango</u></em></p>



<p>L’arte della persuasione è fatta di linguaggi semplici e trasparenti. Non ha senso presentare al cliente tutta una serie di problematiche alla base della nostra professione. Spiegare in maniera semplice qual è il nostro ruolo è forse quella spinta necessaria che predispone il cliente ad ascoltarci. Per questo motivo, bisogna uscire dal rango e imparare a ragionare nello stesso modo in cui pensa il cliente.</p>



<p>Solo così quello che altrimenti potrebbe sembrare troppo oneroso, può diventare il prezzo che rispecchia in maniera equa il nostro valore. Non serve a nulla rimanere immobili in determinate posizioni, perché il mercato è oramai in continua evoluzione e anche la figura dell’interprete e del traduttore necessita sicuramente di un nuovo linguaggio, di una nuova cornice per trasmettere l’importanza di un mestiere che, come ben sappiamo, esiste sin dalla notte dei tempi.</p>



<p><em><u>È veramente colpa del mercato?</u></em></p>



<p>Volendo trarre una lezione da questa mia analisi, potrei concludere dicendo che non sono così sicuro che sia tutta colpa del mercato se la spirale dei prezzi sembri oramai inarrestabile. Siamo noi i protagonisti principali del nostro settore. Se iniziassimo a cambiare approccio mentale e a capire che possiamo fare squadra con il cliente, forse si capirebbe quel valore aggiunto che siamo in grado di offrire e cioè il valore umano – un valore inestimabile che talvolta può farsi pagare anche oro per tutte le soluzioni possibili e inimmaginabili che può mettere a disposizione della committenza.</p>



<p>E voi avete mai pensato alla vostra formula vincente, affinché un preventivo vada in porto? Mi piacerebbe leggere il vostro punto di vista nella sezione dei commenti.</p>
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		<title>IL MARKETING DELL’INTERPRETE E DEL TRADUTTORE FREELANCE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sergio Paris]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Jan 2021 11:16:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Marketing]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Chi ormai fa questo lavoro da molti anni sa benissimo quanto il&#160;marketing&#160;sia un aspetto fondamentale della nostra professione. Io stesso, quando ho iniziato questo mestiere nel 2002, non sapevo nemmeno cosa volesse dire la parola &#8220;marketing&#8221;; eppure inconsapevolmente adottavo anch’io la mia strategia che mi ha fatto acquisire nel corso degli anni un discreto numero di clienti più o meno abituali. Ad oggi devo ammettere, e non sto dicendo nulla di nuovo, si è sviluppata un’ampia cultura in materia di marketing, per così dire, e sulle sue possibili strategie applicabili al nostro settore e non solo. Non passa giorno che, su un po’ quasi tutte le piattaforme virtuali dedicate al nostro settore e sui vari social media più o meno professionali, non riceva mail che pubblicizzino corsi sul marketing dell’interprete e del traduttore freelance, sul social media marketing, webmarketing, SEO e SEM, solo per citarne alcuni. Nel mio passato da docente in un istituto universitario privato per interpreti e traduttori, molti miei ex studenti e non solo mi ponevano spesso domande su come farsi conoscere dopo la laurea e ogni tanto, anzi molto spesso, a dire il vero, mi capita di ricevere mail da colleghi alle prime armi desiderosi di sapere come muoversi in questo mercato che sembra ormai essere sempre più saturo di tutto e di tutti, non solo di interpreti e traduttori. Non sono un esperto di marketing e devo ammettere che dopo quasi 20 anni di esperienza sul campo è un aspetto che ho imparato a curare in maniera graduale. Vorrei quindi approfittare di questo spazio per definire alcuni punti a mio avviso fondamentali, che sicuramente ricalcano le varie strategie proposte dai corsi che si organizzano qua e là. Tuttavia ci terrei comunque a metterle in evidenza. Curriculum vitae Innanzitutto curerei in maniera molto personale il proprio curriculum vitae. Molti consigliano di presentare il curriculum vitae in formato europeo e di renderlo più sintetico possibile. Si ritiene che le agenzie o comunque un cliente, in generale, si annoierebbe a leggere un curriculum più lungo di due pagine. Il mio curriculum vitae non è in formato europeo, è abbastanza lungo ed è pieno di informazioni sulla mia formazione accademica e sulla mia esperienza professionale. Per l&#8217;interpretariato ho creato anche un elenco dettagliato di tutti i servizi svolti in questi 20 anni. Nessun cliente mi ha mai fatto notare l’estrema lunghezza del mio curriculum vitae, tutt’altro. Creare un curriculum vitae secondo uno schema predefinito toglie personalità al nostro profilo professionale. Un cliente sceglie noi anche e soprattutto per come ci presentiamo, perché uniformarsi a un modello standard? Sito internet Altro punto fondamentale è avere un proprio sito internet ben curato e che ci rappresenti a pieno. In tal caso, lo farei abbastanza semplice e diretto. Un freelance, al contrario di un&#8217;agenzia, non ha bisogno di un sito web dinamico o articolato. Il nostro sito web, con gli annessi canali social, sono la nostra principale vetrina, come avevo già avuto modo di parlare nel mio articolo sull’importanza della vetrina virtuale. Posta elettronica A tal proposito, ci terrei a sottolineare un altro aspetto essenziale e cioè quello relativo all&#8217;indirizzo di posta elettronica professionale. Non è bello ricevere mail di interpreti e traduttori professionisti con nomignoli o pseudonimi vari. Si tratta di un indirizzo professionale; identifichiamoci con il nostro nome e cognome. E, sempre a proposito di posta elettronica, secondo me un interprete e un traduttore professionista si nota subito da quello che scrive nelle proprie mail. Non verrebbe visto di buon occhio ricevere mail scritte in un italiano poco corretto, né tanto meno con abbreviazioni. Siamo dei professionisti della nostra lingua madre, distinguiamoci dall&#8217;uso improprio sempre più diffuso della nostra lingua. La stessa cosa vale quindi anche per la nostra corrispondenza nelle nostre lingue di lavoro. Impensabile proporsi come traduttori dal tedesco all’italiano a un committente in Germania, Austria o Svizzera e non saper scrivere in un buon tedesco. Il passaparola Ultimo punto, forse quello più importante e secondo me anche quello meno preso in considerazione dai corsi e webinar di marketing offerti sul mercato, è il passaparola. Creiamoci una rete fidata di colleghi che reputiamo simili a noi, nel modo di acquisire clienti e di lavorare. I migliori lavori, anche per me, sono stati e sono tuttora quelli passati dai colleghi. Per il passaparola, non credo debba essere io a dirlo, non c&#8217;è strategia che tenga se non la competenza e la professionalità degli incarichi di interpretariato e traduzione che svolgiamo ogni giorno;&#160;perché la qualità delle nostre traduzioni e dei nostri servizi di interpretariato è la nostra credenziale numero uno.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Chi ormai fa questo lavoro da molti anni sa benissimo quanto il&nbsp;<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Marketing">marketing</a>&nbsp;sia un aspetto fondamentale della nostra professione. Io stesso, quando ho iniziato questo mestiere nel 2002, non sapevo nemmeno cosa volesse dire la parola &#8220;marketing&#8221;; eppure inconsapevolmente adottavo anch’io la mia strategia che mi ha fatto acquisire nel corso degli anni un discreto numero di clienti più o meno abituali.</p>



<p>Ad oggi devo ammettere, e non sto dicendo nulla di nuovo, si è sviluppata un’ampia cultura in materia di marketing, per così dire, e sulle sue possibili strategie applicabili al nostro settore e non solo. Non passa giorno che, su un po’ quasi tutte le piattaforme virtuali dedicate al nostro settore e sui vari social media più o meno professionali, non riceva mail che pubblicizzino corsi sul marketing dell’interprete e del traduttore freelance, sul <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Social_media_marketing">social media marketing</a>, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Web_marketing">webmarketing</a>, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ottimizzazione_(motori_di_ricerca)">SEO</a> e <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Search_engine_marketing">SEM</a>, solo per citarne alcuni.</p>



<p>Nel mio passato da docente in un istituto universitario privato per interpreti e traduttori, molti miei ex studenti e non solo mi ponevano spesso domande su come farsi conoscere dopo la laurea e ogni tanto, anzi molto spesso, a dire il vero, mi capita di ricevere mail da colleghi alle prime armi desiderosi di sapere come muoversi in questo mercato che sembra ormai essere sempre più saturo di tutto e di tutti, non solo di interpreti e traduttori.</p>



<p>Non sono un esperto di marketing e devo ammettere che dopo quasi 20 anni di esperienza sul campo è un aspetto che ho imparato a curare in maniera graduale. Vorrei quindi approfittare di questo spazio per definire alcuni punti a mio avviso fondamentali, che sicuramente ricalcano le varie strategie proposte dai corsi che si organizzano qua e là. Tuttavia ci terrei comunque a metterle in evidenza.</p>



<p><em><u>Curriculum vitae</u></em></p>



<p>Innanzitutto curerei in maniera molto personale il proprio <strong>curriculum vitae</strong>. Molti consigliano di presentare il curriculum vitae in formato europeo e di renderlo più sintetico possibile. Si ritiene che le agenzie o comunque un cliente, in generale, si annoierebbe a leggere un curriculum più lungo di due pagine. Il mio curriculum vitae non è in formato europeo, è abbastanza lungo ed è pieno di informazioni sulla mia formazione accademica e sulla mia esperienza professionale. Per l&#8217;interpretariato ho creato anche un elenco dettagliato di tutti i servizi svolti in questi 20 anni. Nessun cliente mi ha mai fatto notare l’estrema lunghezza del mio curriculum vitae, tutt’altro. Creare un curriculum vitae secondo uno schema predefinito toglie personalità al nostro profilo professionale. Un cliente sceglie noi anche e soprattutto per come ci presentiamo, perché uniformarsi a un modello standard?</p>



<p><em><u>Sito internet</u></em></p>



<p>Altro punto fondamentale è avere un proprio <strong>sito internet</strong> ben curato e che ci rappresenti a pieno. In tal caso, lo farei abbastanza semplice e diretto. Un freelance, al contrario di un&#8217;agenzia, non ha bisogno di un sito web dinamico o articolato. Il nostro sito web, con gli annessi canali social, sono la nostra principale vetrina, come avevo già avuto modo di parlare nel mio articolo sull’<a href="https://www.sergioparis.it/limportanza-della-vetrina-virtuale/">importanza della vetrina virtuale</a>.</p>



<p><em><u>Posta elettronica</u></em></p>



<p>A tal proposito, ci terrei a sottolineare un altro aspetto essenziale e cioè quello relativo all&#8217;indirizzo di <strong>posta elettronica professionale</strong>. Non è bello ricevere mail di interpreti e traduttori professionisti con nomignoli o pseudonimi vari. Si tratta di un indirizzo professionale; identifichiamoci con il nostro nome e cognome. E, sempre a proposito di posta elettronica, secondo me un interprete e un traduttore professionista si nota subito da quello che scrive nelle proprie mail. Non verrebbe visto di buon occhio ricevere mail scritte in un italiano poco corretto, né tanto meno con abbreviazioni. Siamo dei professionisti della nostra lingua madre, distinguiamoci dall&#8217;uso improprio sempre più diffuso della nostra lingua. La stessa cosa vale quindi anche per la nostra corrispondenza nelle nostre lingue di lavoro. Impensabile proporsi come traduttori dal tedesco all’italiano a un committente in Germania, Austria o Svizzera e non saper scrivere in un buon tedesco.</p>



<p><em><u>Il passaparola</u></em></p>



<p>Ultimo punto, forse quello più importante e secondo me anche quello meno preso in considerazione dai corsi e webinar di marketing offerti sul mercato, è il <strong>passaparola</strong>. Creiamoci una rete fidata di colleghi che reputiamo simili a noi, nel modo di acquisire clienti e di lavorare. I migliori lavori, anche per me, sono stati e sono tuttora quelli passati dai colleghi. Per il passaparola, non credo debba essere io a dirlo, non c&#8217;è strategia che tenga se non la competenza e la professionalità degli incarichi di interpretariato e traduzione che svolgiamo ogni giorno;&nbsp;perché la qualità delle nostre traduzioni e dei nostri servizi di interpretariato è la nostra credenziale numero uno.</p>
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		<title>2020: UNO SGUARDO AL PASSATO, AL PRESENTE E AL FUTURO</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sergio Paris]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Dec 2020 17:54:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dolmetschen]]></category>
		<category><![CDATA[Marketing]]></category>
		<category><![CDATA[Übersetzung]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da quando ho iniziato a scrivere questo blog, non avevo ancora affrontato in maniera diretta la sfida che ci troviamo di fronte oramai da mesi a livello mondiale: la pandemia di covid-19. Sembra doveroso parlarne all&#8217;interno di questa mia nuova vetrina narrativa inaugurata, tra l&#8217;altro, proprio nel momento in cui ci siamo trovati sommersi nella prima ondata pandemica. Più che parlare della pandemia in sé e dei suoi risvolti in tutti gli aspetti della nostra vita sociale, di cui si è già lungamente discusso in tutti i versanti, vorrei fare un bilancio della mia professione che, come per ognuno di noi, è stata profondamente segnata da questa emergenza sanitaria.&#160; Uno sguardo al passato Il mio 2020, sin dall&#8217;inizio, si era mostrato già abbastanza promettente con alle spalle un 2019 davvero buono sia in termini di fatturato che di qualità degli incarichi svolti. Nel 2019 aveva iniziato a consolidarsi sempre più il taglio che negli ultimi 7/8 anni avevo deciso di dare alla mia professione. Il fatturato relativo agli incarichi di interpretariato era oramai sempre più preponderante con molti appuntamenti fissi sia in termini di convegni, eventi che di corsi di formazione tecnica. Gli incarichi di traduzione, tuttavia, non si sono fatti desiderare, in quanto oramai dopo quasi 20 anni sul campo alcuni settori sono diventati parte di me e alcuni clienti tedeschi e svizzeri, soprattutto, non possono più fare a meno della mia collaborazione. Insomma, un 2019 frutto di un lungo periodo di semina, i cui effetti benefici si lasciavano percepire almeno fino agli inizi di marzo 2020. Uno sguardo al presente Dal mese di marzo in poi, quando oramai era sempre più evidente lo stato di calamità sanitaria in cui ci trovavamo con la conseguente chiusura di quasi tutti i settori economici, il lavoro da interprete sembrava essere stato congelato, per così dire, tanto che si iniziarono a ricevere cancellazioni di servizi già confermati, fino allo stallo più completo; tanto che, a un certo punto, non ho più ricevuto richieste di servizi di interpretariato. Purtroppo la cosiddetta modalità da remoto, ovvero il &#8220;Remote Simultaneous Interpreting&#8221; (RSI) nel mio mercato non ha avuto il successo sperato per una serie di motivazioni. La mia clientela ha deciso di rimandare l&#8217;evento e non di passare alle piattaforme per il servizio di interpretazione simultanea da remoto. Come tutti i colleghi, anch&#8217;io mi sono organizzato frequentando corsi di formazione e leggendo molto sulle varie modalità presenti sul mercato per lavorare a distanza anche come interprete, modalità con la quale avevo sporadicamente già lavorato in passato. Il mio mercato fatto di visite aziendali e corsi tecnici in loco e/o presso macchinari difficilmente poteva essere conciliabile con le nuove piattaforme. Premesso ciò, posso dire che, nonostante il blocco forzato del settore dei convegni e degli eventi, non sono rimasto con le mani in mano. L&#8217;altra parte fondamentale della mia professione, ovvero il settore delle traduzioni, non si è fermato affatto e ho avuto la fortuna di tradurre progetti davvero molto interessanti, in particolare per quei mercati in cui la prima ondata della pandemia non è stata così violenta come da noi in Italia. Dai mesi estivi in poi sono iniziati ad arrivarmi anche alcuni servizi da remoto che mi hanno fatto riassaporare, dopo alcuni mesi, il piacere di tornare a lavorare come interprete. Tuttavia, almeno per me, non c&#8217;è una regolarità e con tutta franchezza non posso dire che la modalità da remoto abbia sopperito in maniera soddisfacente alla mancanza improvvisa di lavori di interpretariato verificatasi sin dai primissimi mesi dell&#8217;emergenza sanitaria. Molti colleghi e alcune associazioni di categoria hanno messo ben in evidenza i pro e i contro della nuova modalità di lavoro. Posso confermare anche io che non credo sia possibile garantire la stessa qualità di prima per tutta una serie di motivi facilmente intuibili. Lavorare da remoto implica uno sforzo mentale doppio che in una normale situazione in presenza, sperando che le condizioni tecniche (audio, video, rete, ecc.) siano dalla nostra parte. Uno sguardo al futuro Arrivati a fine anno, quando abbiamo capito che la pandemia ci farà compagnia ancora per buona parte del 2021 oramai alle porte, sembra opportuno fare un bilancio di un anno che non necessariamente è da buttare via. Il mio fatturato ha risentito molto della crisi economica causata dalla pandemia di covid-19, ma tutto sommato sono riuscito a reggermi a galla e a sviluppare una buona dose di pazienza che all&#8217;inizio dell&#8217;emergenza sanitaria probabilmente nessuno di noi pensava di poter avere. Ci sono stati molti momenti di profondo sconforto e ogni tanto fanno capolino tuttora. Come dicevo, non è stato un anno totalmente perso, perché le difficoltà che mi sono trovato davanti mi hanno fatto capire che forse c&#8217;è bisogno di linfa nuova tra la mia clientela, che forse dobbiamo smettere di forzare i tempi e sperare che arrivi dal cielo la panacea di tutti i mali. Occorre reagire e trovare nuovi canali. Il mondo sta cambiando e noi con esso, sarebbe sciocco e illusorio pensare che quando tutto questo sarà finito, il mondo tornerà ad essere quello di prima e che tutto questo non abbia lasciato una minima traccia sia nella nostra persona (a livello psichico ed emotivo) che nella nostra vita professionale. Il mondo continuerà a confrontarsi e la comunicazione sta diventando ora più che mai sempre più imprescindibile. Di interpreti e traduttori ci sarà sempre più bisogno; di questo sono più che convinto. Si tratta di allenare bene una &#8220;competenza&#8221; fondamentale che abbiamo dovuto necessariamente sviluppare: la resilienza. Come ha scritto Pietro Trabucchi nel suo libro &#8220;Perseverare è umano&#8221;: “La resilienza è la&#160; capacità di persistere, di far durare la motivazione&#160;nonostante gli&#160;ostacoli&#160;e le&#160;difficoltà.”</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Da quando ho iniziato a scrivere questo blog, non avevo ancora affrontato in maniera diretta la sfida che ci troviamo di fronte oramai da mesi a livello mondiale: la pandemia di covid-19. Sembra doveroso parlarne all&#8217;interno di questa mia nuova vetrina narrativa inaugurata, tra l&#8217;altro, proprio nel momento in cui ci siamo trovati sommersi nella prima ondata pandemica. Più che parlare della pandemia in sé e dei suoi risvolti in tutti gli aspetti della nostra vita sociale, di cui si è già lungamente discusso in tutti i versanti, vorrei fare un bilancio della mia professione che, come per ognuno di noi, è stata profondamente segnata da questa emergenza sanitaria.&nbsp;</p>



<p><em><u>Uno sguardo al passato</u></em></p>



<p>Il mio 2020, sin dall&#8217;inizio, si era mostrato già abbastanza promettente con alle spalle un 2019 davvero buono sia in termini di fatturato che di qualità degli incarichi svolti. Nel 2019 aveva iniziato a consolidarsi sempre più il taglio che negli ultimi 7/8 anni avevo deciso di dare alla mia professione. Il fatturato relativo agli incarichi di interpretariato era oramai sempre più preponderante con molti appuntamenti fissi sia in termini di convegni, eventi che di corsi di formazione tecnica. Gli incarichi di traduzione, tuttavia, non si sono fatti desiderare, in quanto oramai dopo quasi 20 anni sul campo alcuni settori sono diventati parte di me e alcuni clienti tedeschi e svizzeri, soprattutto, non possono più fare a meno della mia collaborazione. Insomma, un 2019 frutto di un lungo periodo di semina, i cui effetti benefici si lasciavano percepire almeno fino agli inizi di marzo 2020.</p>



<p><em><u>Uno sguardo al presente</u></em></p>



<p>Dal mese di marzo in poi, quando oramai era sempre più evidente lo stato di calamità sanitaria in cui ci trovavamo con la conseguente chiusura di quasi tutti i settori economici, il lavoro da interprete sembrava essere stato congelato, per così dire, tanto che si iniziarono a ricevere cancellazioni di servizi già confermati, fino allo stallo più completo; tanto che, a un certo punto, non ho più ricevuto richieste di servizi di interpretariato.</p>



<p>Purtroppo la cosiddetta modalità da remoto, ovvero il &#8220;Remote Simultaneous Interpreting&#8221; (RSI) nel mio mercato non ha avuto il successo sperato per una serie di motivazioni. La mia clientela ha deciso di rimandare l&#8217;evento e non di passare alle piattaforme per il servizio di interpretazione simultanea da remoto. Come tutti i colleghi, anch&#8217;io mi sono organizzato frequentando corsi di formazione e leggendo molto sulle varie modalità presenti sul mercato per lavorare a distanza anche come interprete, modalità con la quale avevo sporadicamente già lavorato in passato. Il mio mercato fatto di visite aziendali e corsi tecnici in loco e/o presso macchinari difficilmente poteva essere conciliabile con le nuove piattaforme. Premesso ciò, posso dire che, nonostante il blocco forzato del settore dei convegni e degli eventi, non sono rimasto con le mani in mano. L&#8217;altra parte fondamentale della mia professione, ovvero il settore delle traduzioni, non si è fermato affatto e ho avuto la fortuna di tradurre progetti davvero molto interessanti, in particolare per quei mercati in cui la prima ondata della pandemia non è stata così violenta come da noi in Italia.</p>



<p>Dai mesi estivi in poi sono iniziati ad arrivarmi anche alcuni servizi da remoto che mi hanno fatto riassaporare, dopo alcuni mesi, il piacere di tornare a lavorare come interprete. Tuttavia, almeno per me, non c&#8217;è una regolarità e con tutta franchezza non posso dire che la modalità da remoto abbia sopperito in maniera soddisfacente alla mancanza improvvisa di lavori di interpretariato verificatasi sin dai primissimi mesi dell&#8217;emergenza sanitaria. Molti colleghi e alcune associazioni di categoria hanno messo ben in evidenza i pro e i contro della nuova modalità di lavoro. Posso confermare anche io che non credo sia possibile garantire la stessa qualità di prima per tutta una serie di motivi facilmente intuibili. Lavorare da remoto implica uno sforzo mentale doppio che in una normale situazione in presenza, sperando che le condizioni tecniche (audio, video, rete, ecc.) siano dalla nostra parte.</p>



<p><em><u>Uno sguardo al futuro</u></em></p>



<p>Arrivati a fine anno, quando abbiamo capito che la pandemia ci farà compagnia ancora per buona parte del 2021 oramai alle porte, sembra opportuno fare un bilancio di un anno che non necessariamente è da buttare via. Il mio fatturato ha risentito molto della crisi economica causata dalla pandemia di covid-19, ma tutto sommato sono riuscito a reggermi a galla e a sviluppare una buona dose di pazienza che all&#8217;inizio dell&#8217;emergenza sanitaria probabilmente nessuno di noi pensava di poter avere. Ci sono stati molti momenti di profondo sconforto e ogni tanto fanno capolino tuttora. Come dicevo, non è stato un anno totalmente perso, perché le difficoltà che mi sono trovato davanti mi hanno fatto capire che forse c&#8217;è bisogno di linfa nuova tra la mia clientela, che forse dobbiamo smettere di forzare i tempi e sperare che arrivi dal cielo la panacea di tutti i mali. Occorre reagire e trovare nuovi canali. Il mondo sta cambiando e noi con esso, sarebbe sciocco e illusorio pensare che quando tutto questo sarà finito, il mondo tornerà ad essere quello di prima e che tutto questo non abbia lasciato una minima traccia sia nella nostra persona (a livello psichico ed emotivo) che nella nostra vita professionale. </p>



<p>Il mondo continuerà a confrontarsi e la comunicazione sta diventando ora più che mai sempre più imprescindibile. Di interpreti e traduttori ci sarà sempre più bisogno; di questo sono più che convinto. Si tratta di allenare bene una &#8220;competenza&#8221; fondamentale che abbiamo dovuto necessariamente sviluppare: la resilienza. Come ha scritto Pietro Trabucchi nel suo libro &#8220;Perseverare è umano&#8221;: “La resilienza è la&nbsp; capacità di persistere, di far durare la motivazione&nbsp;nonostante gli&nbsp;ostacoli&nbsp;e le&nbsp;difficoltà.”</p>
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		<title>L&#8217;IMPORTANZA DELLA VETRINA VIRTUALE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sergio Paris]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Jun 2020 16:07:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Marketing]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recentemente mi è stata proposta un&#8217;interessante intervista, per condividere la mia esperienza in merito all&#8217;uso dei social media in ambito professionale, alla quale ho partecipato con molto piacere. Non sono un esperto di social media, ma nel corso dei miei quasi 19 anni di esperienza sul campo ho tentato vari approcci per uno degli aspetti che qualsiasi libero professionista non dovrebbe mai trascurare o dare per scontato: il marketing. Per gli interpreti e i traduttori liberi professionisti, ma anche per tutti coloro per i quali il web è la principale fonte di lavoro, curare la propria immagine virtuale è una condicio sine qua non per affermarsi sul mercato. Quando ho iniziato a svolgere questa professione, ovvero nel 2002, non esistevano ancora i social media, ma internet allora per me non poteva che rappresentare un trampolino di lancio molto invitante, al cui fascino non ho mai saputo resistere. Sarebbe impensabile fare questo lavoro senza una presenza web ben strutturata. Durante l&#8217;intervista, che trovate disponibile in calce a questo articolo insieme alla trascrizione delle domande che mi sono state poste con le relative risposte, ho parlato spesso del concetto di vetrina virtuale. Che cos&#8217;è una vetrina? Il concetto di negozio in senso moderno nasce nel 1800 ed era un luogo adibito alla vendita e prima ancora all&#8217;esposizione di merci. È in quel periodo che iniziano a comparire le prime insegne. Nel 1827 ci fu la svolta. Iniziarono ad essere prodotte industrialmente grandi vetrate, che presto si diffusero un po’ ovunque e dalle quali scaturì la brillante idea delle&#160;vetrine,&#160;in tutto e per tutto simili a quelle attuali in cui ancora oggi viene esposta la merce in vendita. La vetrina e il web Che cosa c&#8217;entra la vetrina con il web? La domanda è ovviamente una provocazione. Noi interpreti e traduttori non vendiamo merci, ma servizi. Vendiamo parole orali e scritte. Non vendiamo servizi tangibili, ma credo sia fondamentale renderli concreti, in qualche modo, anche solo con l&#8217;immaginazione. Se un cliente vuole farsi un&#8217;idea di noi, ancor prima di chiederci un preventivo, non sarebbe giusto che possa vederci sul web in bella mostra? Da che mondo è mondo, anche l&#8217;occhio vuole la sua parte. Il potere inestimabile della rete Curare la propria immagine e reputazione on line dovrebbe essere una delle nostre priorità, se vogliamo che il potenziale cliente scelga noi tra altri concorrenti e soprattutto se vogliamo che il cliente fidato non ci abbandoni, perché ha bisogno di capire chi c&#8217;è dietro le mail, visto che i traduttori e non solo, ad esempio, al contrario degli interpreti, non hanno la possibilità di avere un rapporto diretto con lui. Indipendentemente dal fatto se svolgiamo la professione di interprete e/o traduttore, avere un sito web con degli annessi canali di comunicazione attraverso i social media è oramai di fondamentale importanza. Volete saperne di più? Vi invito ad ascoltare e leggere la mia intervista qui di seguito. Presentazione: Siamo qui oggi per fare quattro chiacchiere e conoscere un po’ meglio un altro amico di STL, Sergio Paris. Traduttore e interprete, dall’Umbria alla conquista del mondo, potremmo dire, visto che da Foligno la sua passione per le lingue e le culture straniere, soprattutto germaniche, lo ha spinto a trascorrere svariati periodi all’estero, da Francoforte, a Vienna, a Londra, a Berlino, e potremmo continuare con una sfilza pressoché infinita di luoghi. Dopo una serie di esperienze altrettanto variegate nel mondo della mediazione linguistica – è stato prima corrispondente import-export per un’azienda umbra, poi traduttore tecnico e interprete consecutivista e di tribunale&#160;per un’agenzia tedesca, ecc. ecc. – ha deciso di dedicarsi all’attività freelance e ormai dal 2002 lavora come interprete di conferenza e traduttore libero professionista per conto di agenzie e clienti diretti in Italia, Germania, Austria, Svizzera, Inghilterra, Paesi Bassi e per&#160;altri paesi europei ed extraeuropei. È inoltre socio della&#160;BDÜ, la principale associazione di categoria per interpreti e traduttori in Germania. Il motivo della nostra chiacchierata di oggi, però, è più che altro approfondire l’attività, assai ragionata e interessante, e molto proficua dal punto di vista della promozione professionale, che Sergio ha sui social, e in particolare su LinkedIn, una piattaforma che noi professionisti della traduzione forse ancora oggi bistrattiamo un po’, non cogliendone fino in fondo le potenzialità. Parliamone un po’ con lui, per conoscerne meglio le dinamiche e i possibili vantaggi. Domanda: Il tuo profilo LinkedIn è estremamente curato, completissimo, articolato, dinamico. Si vede come sia frutto di un’attenta strategia e di un processo di affinamento portato avanti negli anni. Come ti sei avvicinato a questo social in particolare, e come hai deciso che poteva diventare uno dei tuoi strumenti di promozione privilegiati? Risposta: Ciao Sabrina, ciao Chiara e ciao a tutti coloro che ci stanno ascoltando. Prima di iniziare vorrei ringraziare sia voi che tutto lo staff per avermi proposto questa intervista e mi allaccio, in questo modo, alla prima domanda, perché grazie a voi ho capito di avere un profilo LinkedIn interessante o comunque degno di nota. Ci tengo a precisare che non sono un esperto di social media e che non ho alla base una strategia specifica. Il mio principio base che mi ha spinto a curare bene il mio profilo qui su LinkedIn e su altre piattaforme è che sono letteralmente un maniaco delle presenze web e voglio che siano più complete e &#8220;pulite&#8221; possibili. Come hai detto tu, ho iniziato nel 2002 e già allora internet offriva molte possibilità di crescita, oggi nel 2020 abbiamo raggiunto livelli decisamente più alti. Ho sempre creduto nel potere della &#8220;vetrina virtuale&#8221;, questo grazie anche alle mie origini, visto che sono figlio di commercianti, perché in qualsiasi mercato vige sempre la regola che il cliente deve sempre prima vedere quello che vendi, non può e non deve fidarsi sulla parola. Beh, i nostri clienti potenziali o consolidati che siano, devono poterci &#8220;cliccare&#8221;, per così dire, visto che la rete è la nostra piazza principale. LinkedIn è stato il mio ultimo social network che ho iniziato a curare in maniera più precisa e devo ammettere [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Recentemente mi è stata proposta un&#8217;interessante intervista,
per condividere la mia esperienza in merito all&#8217;uso dei social media in ambito
professionale, alla quale ho partecipato con molto piacere. Non sono un esperto
di social media, ma nel corso dei miei quasi 19 anni di esperienza sul campo ho
tentato vari approcci per uno degli aspetti che qualsiasi libero professionista
non dovrebbe mai trascurare o dare per scontato: il marketing. </p>



<p>Per gli interpreti e i traduttori liberi professionisti, ma anche per tutti coloro per i quali il web è la principale fonte di lavoro, curare la propria immagine virtuale è una condicio sine qua non per affermarsi sul mercato. </p>



<p>Quando ho iniziato a svolgere questa professione, ovvero nel
2002, non esistevano ancora i social media, ma internet allora per me non
poteva che rappresentare un trampolino di lancio molto invitante, al cui
fascino non ho mai saputo resistere. Sarebbe impensabile fare questo lavoro
senza una presenza web ben strutturata. Durante l&#8217;intervista, che trovate disponibile
in calce a questo articolo insieme alla trascrizione delle domande che mi sono
state poste con le relative risposte, ho parlato spesso del concetto di <strong>vetrina virtuale</strong>. </p>



<p><strong>Che cos&#8217;è una
vetrina?</strong></p>



<p>Il concetto di negozio in senso moderno nasce nel 1800 ed era un luogo adibito alla vendita e prima ancora all&#8217;esposizione di merci. È in quel periodo che iniziano a comparire le prime insegne. Nel 1827 ci fu la svolta. Iniziarono ad essere prodotte industrialmente grandi vetrate, che presto si diffusero un po’ ovunque e dalle quali scaturì la brillante idea delle&nbsp;<strong>vetrine</strong>,&nbsp;in tutto e per tutto simili a quelle attuali in cui ancora oggi viene esposta la merce in vendita.</p>



<p><strong>La vetrina e il web</strong></p>



<p>Che cosa c&#8217;entra la vetrina con il web? La domanda è ovviamente una provocazione. Noi interpreti e traduttori non vendiamo merci, ma servizi. Vendiamo parole orali e scritte. Non vendiamo servizi tangibili, ma credo sia fondamentale renderli concreti, in qualche modo, anche solo con l&#8217;immaginazione. Se un cliente vuole farsi un&#8217;idea di noi, ancor prima di chiederci un preventivo, non sarebbe giusto che possa vederci sul web in bella mostra? Da che mondo è mondo, anche l&#8217;occhio vuole la sua parte.</p>



<p><strong>Il potere
inestimabile della rete</strong></p>



<p>Curare la propria immagine e reputazione on line dovrebbe essere una delle nostre priorità, se vogliamo che il potenziale cliente scelga noi tra altri concorrenti e soprattutto se vogliamo che il cliente fidato non ci abbandoni, perché ha bisogno di capire chi c&#8217;è dietro le mail, visto che i traduttori e non solo, ad esempio, al contrario degli interpreti, non hanno la possibilità di avere un rapporto diretto con lui. Indipendentemente dal fatto se svolgiamo la professione di interprete e/o traduttore, avere un sito web con degli annessi canali di comunicazione attraverso i social media è oramai di fondamentale importanza. </p>



<p>Volete saperne di più? Vi invito ad ascoltare e leggere la
mia intervista qui di seguito. </p>



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<p><em>Presentazione</em>: Siamo qui oggi per fare quattro chiacchiere e conoscere un po’ meglio un altro amico di STL, Sergio Paris. Traduttore e interprete, dall’Umbria alla conquista del mondo, potremmo dire, visto che da Foligno la sua passione per le lingue e le culture straniere, soprattutto germaniche, lo ha spinto a trascorrere svariati periodi all’estero, da Francoforte, a Vienna, a Londra, a Berlino, e potremmo continuare con una sfilza pressoché infinita di luoghi.</p>



<p>Dopo una serie di esperienze altrettanto variegate nel mondo della mediazione linguistica – è stato prima corrispondente import-export per un’azienda umbra, poi traduttore tecnico e interprete consecutivista e di tribunale&nbsp;per un’agenzia tedesca, ecc. ecc. – ha deciso di dedicarsi all’attività freelance e ormai dal 2002 lavora come interprete di conferenza e traduttore libero professionista per conto di agenzie e clienti diretti in Italia, Germania, Austria, Svizzera, Inghilterra, Paesi Bassi e per&nbsp;altri paesi europei ed extraeuropei. È inoltre socio della&nbsp;<a rel="noreferrer noopener" href="http://mitglieder.bdue.de/Sergio-Paris" target="_blank">BDÜ</a>, la principale associazione di categoria per interpreti e traduttori in Germania.</p>



<p>Il motivo della nostra chiacchierata di oggi, però, è più
che altro approfondire l’attività, assai ragionata e interessante, e molto
proficua dal punto di vista della promozione professionale, che Sergio ha sui
social, e in particolare su LinkedIn, una
piattaforma che noi professionisti della traduzione forse ancora oggi bistrattiamo
un po’, non cogliendone fino in fondo le potenzialità. Parliamone un po’ con
lui, per conoscerne meglio le dinamiche e i possibili vantaggi.</p>



<p><em>Domanda</em>: Il tuo profilo LinkedIn è estremamente curato, completissimo, articolato, dinamico. Si vede come sia frutto di un’attenta strategia e di un processo di affinamento portato avanti negli anni. Come ti sei avvicinato a questo social in particolare, e come hai deciso che poteva diventare uno dei tuoi strumenti di promozione privilegiati?</p>



<p><em>Risposta</em>: Ciao Sabrina, ciao Chiara e ciao a tutti coloro che ci stanno ascoltando. Prima di iniziare vorrei ringraziare sia voi che tutto lo staff per avermi proposto questa intervista e mi allaccio, in questo modo, alla prima domanda, perché grazie a voi ho capito di avere un profilo LinkedIn interessante o comunque degno di nota. Ci tengo a precisare che non sono un esperto di social media e che non ho alla base una strategia specifica. Il mio principio base che mi ha spinto a curare bene il mio profilo qui su LinkedIn e su altre piattaforme è che sono letteralmente un maniaco delle presenze web e voglio che siano più complete e &#8220;pulite&#8221; possibili. Come hai detto tu, ho iniziato nel 2002 e già allora internet offriva molte possibilità di crescita, oggi nel 2020 abbiamo raggiunto livelli decisamente più alti. Ho sempre creduto nel potere della &#8220;vetrina virtuale&#8221;, questo grazie anche alle mie origini, visto che sono figlio di commercianti, perché in qualsiasi mercato vige sempre la regola che il cliente deve sempre prima vedere quello che vendi, non può e non deve fidarsi sulla parola. Beh, i nostri clienti potenziali o consolidati che siano, devono poterci &#8220;cliccare&#8221;, per così dire, visto che la rete è la nostra piazza principale. LinkedIn è stato il mio ultimo social network che ho iniziato a curare in maniera più precisa e devo ammettere che è quello più efficace, in cui le interazioni sono decisamente più numerose e più fruttuose, secondo me, rispetto agli altri social network. Il motivo che mi ha spinto a investire più tempo su LinkedIn rispetto a Facebook, ad esempio, sempre a livello professionale, è la veste grafica. Ad alcuni non piace, a me sì, perché ha un ordine per così dire curriculare che mette bene in evidenza le nostre competenze. Mi ricorda i bei tempi di ProZ.com (anche lì ero molto attivo), ma LinkedIn lo ha decisamente superato, perché su LinkedIn, se non hai una presenza strutturata, non sei nessuno e in realtà, forse per non peccare di presunzione, non lo sono nemmeno io, ma mi rendo conto che in questi ultimi due/tre anni, il periodo in cui ho iniziato a intensificare l&#8217;uso di LinkedIn a livello professionale, sto avendo sempre più visualizzazioni. E questo ovviamente vuol dire che il mio profilo arriva in qualche modo.</p>



<p><em>Domanda</em>: Ci sono a tuo avviso particolari vantaggi che un traduttore o un interprete possono ricavare dall’essere su LinkedIn? E secondo te si differenziano a seconda che uno appartenga all’uno o all’altro profilo professionale? Mi spiego meglio: su LinkedIn i traduttori, inizialmente un po’ più “timidi”, stanno pian piano aumentando, mentre gli INTERPRETI ho l’impressione ci siano “arrivati” un po’ prima, ne conosco tantissimi (tu in primis ne sei un esempio) che lo usano tanto e da molto, e con ricadute positivissime in termini di acquisizione di contatti di lavoro. Prima di tutto volevo chiederti se sei d’accordo, e se sì, quale credi sia il motivo?</p>



<p><em>Risposta</em>: Assolutamente sì. I vantaggi ci sono e credo che sia gli interpreti che i traduttori possano ricavarne molti. Mi chiedi se possono esserci più vantaggi nell&#8217;uno o nell&#8217;altro caso. Secondo me no. Mi spiego: io svolgo questa attività da quasi 19 anni e sebbene la mia formazione sia da interprete, ho iniziato subito a lavorare molto come traduttore tecnico dal tedesco all&#8217;italiano, una combinazione che ancora oggi, nonostante la crisi in corso, offre tanto lavoro, soprattutto nel settore tecnico. Ho sempre lavorato come interprete affiancando anche l&#8217;altra attività di traduttore e per alcuni anni anche di docente. Diciamo che sono cresciute insieme e negli ultimi 7/8 anni l&#8217;attività di interprete si è sviluppata molto, ma non ho mai abbandonato l&#8217;attività di traduttore, la mia attuale ancora di salvezza viste le vacche magre a causa dell&#8217;emergenza sanitaria in corso. Posso dire che LinkedIn può essere usato indistintamente da entrambe le figure. Ovviamente gli interpreti sono decisamente più abituati a &#8220;mettersi in mostra&#8221; rispetto ai traduttori, ma anche quest&#8217;ultimi possono condividere le proprie esperienze, i propri successi, i propri contenuti. Conosco validissimi colleghi che praticano soltanto la professione di traduttore che sanno essere altrettanto visibili su LinkedIn e non solo. Qual è il motivo per cui noi interpreti siamo più presenti su LinkedIn? I motivi possono essere molti. In primis secondo me, come dicevo, siamo più abituati a &#8220;metterci in mostra&#8221; rispetto ai colleghi traduttori. Cambiamo più spesso sede di lavoro, argomenti. Siamo più dinamici e sappiamo esprimere in maniera più diretta il nostro entusiasmo e le nostre competenze. Ovviamente sono opinioni soggettive. Conosco molti colleghi interpreti che non usano la rete e quindi nemmeno LinkedIn in maniera costante, per mancanza di interesse e forse anche per carattere e riservatezza. Perché no?</p>



<p><em>Domanda</em>: Un errore da non fare assolutamente e una che ritieni possa essere una carta vincente su LinkedIn.</p>



<p><em>Risposta</em>: Ahi, questa domanda potrebbe crearmi nemici. Sto scherzando, ovviamente. Uno degli errori classici che eviterei in qualsiasi social network, soprattutto ad uso professionale, è di non lamentarsi mai di una giornata di lavoro andata male, che ci sono e ne ho anch&#8217;io. Eviterei di lamentarci delle nostre annose problematiche su tariffe, pagamenti, condizioni di lavoro. Non che non sia giusto farlo, ma bisogna saperlo fare in un&#8217;ottica propositiva senza scendere nel tono polemico e lamentoso che a volte mi capita di leggere. Posso fare degli esempi: ci hanno revisionato una traduzione e non ci hanno fatto passare nemmeno una frase o siamo in attesa di un pagamento da mesi e non c&#8217;è verso di riscuotere o ci mettono a lavorare in una cabina improvvisata che può essere uno sgabuzzino o peggio ancora. In quei casi lì, meglio respirare a fondo ed evitare di postare o far presente questo nostro disappunto o questa nostra rabbia. LinkedIn, ma credo valga per ogni piattaforma, non deve mai essere un angolo di sfogo personale, se lo usiamo in maniera professionale. Possiamo magari utilizzare quella situazione spiacevole per trasformarla in un post in cui esprimiamo una nostra opinione su cosa voglia dire dal nostro punto di vista una collaborazione proficua tra traduttore e revisore o in quali condizioni un interprete simultaneista riesce a dare il meglio in sé, ecc. In sintesi esprimere più professionalità possibile. Curare bene le risposte ai commenti. Potrei dirne altre, anche se sono un po&#8217; i pareri più diffusi anche da parte degli esperti di social media, ma queste che vi ho detto sono importanti secondo me. Una carta vincente? Non scendere mai sul banale. Mi spiego anche qui. Sì, condividere esperienze professionali, articoli di settore, ecc. ma metterci sempre un proprio contenuto, il proprio punto di vista, anche solo mettendo in risalto o citando una parte di un articolo condiviso per noi fondamentale. Trovo sia piuttosto anonimo e non efficace condividere articoli senza prima averli filtrati o foto di cabine, mi raccomando attenzione alla privacy, senza spiegare a cosa si sta lavorando sempre e comunque nel rispetto della privacy o magari si può usare una foto per così dire anonima ed esprimere un nostro punto di vista su un argomento che stiamo trattando. Non per forza dobbiamo divulgare eventuali dettagli, ma possiamo far nostro un contenuto ed utilizzarlo come prodotto da mettere in vetrina.</p>



<p><em>Domanda</em>: Un quesito che mi attanaglia, ti prego illuminami: contatti non attinenti l’ambito lavorativo, sì o no? E come selezioni le esperienze che pubblichi? Tu ne hai tantissime, non credo proprio le inserirai tutte&#8230;</p>



<p><em>Risposta</em>: Dunque, tendenzialmente accetto ogni tipo di richiesta e l&#8217;enorme parco di contatti che ho sono tutte persone che sono arrivate a me e non io a loro, tranne colleghi storici che conosco da anni. Devo dire che ogni giorno ricevo richieste di contatto, soprattutto da parte di coloro che hanno prima visualizzato il mio profilo. Credo che dietro ogni contatto si possa sempre nascondere una bella opportunità di lavoro. Raramente ho cancellato contatti o non accettato richieste. Ci devono essere veri e propri motivi alla base per non farlo. Come seleziono le esperienze? Il primo parametro di selezione è la privacy. Ci sono eventi che non posso divulgare per etica professionale, altri che invece sono pubblici e per i quali ho ottenuto un consenso. Su questo sono molto rigido e non pubblico ogni esperienza, anche perché altrimenti toglierei troppo tempo prezioso al mio lavoro. Ovviamente questo discorso è incentrato prevalentemente sugli interpretariati.</p>



<p><em>Domanda</em>: Curiosità: hai un account Premium o Base?</p>



<p><em>Risposta</em>: Ho un account &#8220;Base&#8221;. Al momento riesco a sfruttarlo appieno anche soltanto con le funzionalità standard.</p>



<p><em>Domanda</em>: Tu sei molto attivo sui social in cui sei presente: commenti, posti aggiornamenti sulle tue attività, condividi e rilanci contenuti altrui, il tuo profilo LinkedIn come dicevamo all’inizio è molto molto dinamico. Non mi pare però tu ti avvalga particolarmente di strumenti come Pulse, che consentono di pubblicare veri e propri articoli, e anche il tuo sito personale è un sito statico, che con contempla una parte di blog. Mi interessa quindi chiederti la tua opinione sui blog: forse in un momento in cui la presenza online si esprime al meglio attraverso l’interazione in tempo reale, il botta e risposta, il blog è uno strumento che ha ormai fatto il suo tempo, un po’ “seduto”?</p>



<p> <em>Risposta</em>: Hai toccato un tasto dolente. Sì, hai ragione. Su LinkedIn al momento ho pubblicato soltanto un articolo e il mio sito web non aveva un blog. Vi faccio un&#8217;anticipazione. In questo periodo ho deciso di aprirlo e di integrarlo all&#8217;interno del mio sito. È stato lanciato proprio oggi e ovviamente contiene solo un articolo che è appunto l&#8217;unico articolo che avevo condiviso l&#8217;anno scorso proprio su LinkedIn. Anni fa avevo un blog su WordPress, separato dal mio vecchio sito, che si chiamava &#8220;Il Traduvendolo&#8221;, forse qualcuno dei colleghi storici se lo ricorda. L&#8217;ho dovuto chiudere perché non riuscivo a scrivere con regolarità. Credo che l&#8217;attività del blog sia fondamentale perché è senz&#8217;altro molto efficace, ma richiede tanto tempo e soprattutto molta dedizione e per un maniaco della cura del dettaglio come me può essere un&#8217;arma a doppio taglio. Un altro aspetto fondamentale è il contenuto. Credo che un blog debba contenere testi ben scritti e soprattutto originali. Oggi tutti scrivono su tutto, ma sono pochissimi i blog che fanno la differenza nel nostro settore, almeno secondo me. Ora ho capito che forse è arrivato il momento di sfruttare anche quest&#8217;arma, anche perché ho sempre amato leggere e di conseguenza scrivere e spero che chi mi segue, possa continuare a trovare i miei contributi interessanti. Si fa quel che si può&#8230; </p>
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