{"version":"1.0","provider_name":"Sergio Paris","provider_url":"https:\/\/www.sergioparis.it\/de\/","author_name":"Sergio Paris","author_url":"https:\/\/www.sergioparis.it\/de\/author\/wftuser\/","title":"SOCIAL MEDIA E LA PERCEZIONE DEL VALORE PROFESSIONALE - Sergio Paris","type":"rich","width":600,"height":338,"html":"<blockquote class=\"wp-embedded-content\" data-secret=\"wNsHH7J1fn\"><a href=\"https:\/\/www.sergioparis.it\/de\/social-media-e-la-percezione-del-valore-professionale\/\">SOCIAL MEDIA E LA PERCEZIONE DEL VALORE PROFESSIONALE<\/a><\/blockquote><iframe sandbox=\"allow-scripts\" security=\"restricted\" src=\"https:\/\/www.sergioparis.it\/de\/social-media-e-la-percezione-del-valore-professionale\/embed\/#?secret=wNsHH7J1fn\" width=\"600\" height=\"338\" title=\"&#8222;SOCIAL MEDIA E LA PERCEZIONE DEL VALORE PROFESSIONALE&#8220; &#8211; Sergio Paris\" data-secret=\"wNsHH7J1fn\" frameborder=\"0\" marginwidth=\"0\" marginheight=\"0\" scrolling=\"no\" class=\"wp-embedded-content\"><\/iframe><script type=\"text\/javascript\">\n\/* <![CDATA[ *\/\n\/*! This file is auto-generated *\/\n!function(d,l){\"use strict\";l.querySelector&&d.addEventListener&&\"undefined\"!=typeof URL&&(d.wp=d.wp||{},d.wp.receiveEmbedMessage||(d.wp.receiveEmbedMessage=function(e){var t=e.data;if((t||t.secret||t.message||t.value)&&!\/[^a-zA-Z0-9]\/.test(t.secret)){for(var s,r,n,a=l.querySelectorAll('iframe[data-secret=\"'+t.secret+'\"]'),o=l.querySelectorAll('blockquote[data-secret=\"'+t.secret+'\"]'),c=new RegExp(\"^https?:$\",\"i\"),i=0;i<o.length;i++)o[i].style.display=\"none\";for(i=0;i<a.length;i++)s=a[i],e.source===s.contentWindow&&(s.removeAttribute(\"style\"),\"height\"===t.message?(1e3<(r=parseInt(t.value,10))?r=1e3:~~r<200&&(r=200),s.height=r):\"link\"===t.message&&(r=new URL(s.getAttribute(\"src\")),n=new URL(t.value),c.test(n.protocol))&&n.host===r.host&&l.activeElement===s&&(d.top.location.href=t.value))}},d.addEventListener(\"message\",d.wp.receiveEmbedMessage,!1),l.addEventListener(\"DOMContentLoaded\",function(){for(var e,t,s=l.querySelectorAll(\"iframe.wp-embedded-content\"),r=0;r<s.length;r++)(t=(e=s[r]).getAttribute(\"data-secret\"))||(t=Math.random().toString(36).substring(2,12),e.src+=\"#?secret=\"+t,e.setAttribute(\"data-secret\",t)),e.contentWindow.postMessage({message:\"ready\",secret:t},\"*\")},!1)))}(window,document);\n\/* ]]> *\/\n<\/script>\n","thumbnail_url":"https:\/\/www.sergioparis.it\/wp-content\/uploads\/2024\/10\/IMG_9936.jpg","thumbnail_width":750,"thumbnail_height":675,"description":"In questo ultimo intenso periodo di lavoro, mi sono capitate alcune esperienze professionali in presenza in cui ho avuto l\u2019occasione di conoscere dal vivo colleghi e colleghe che fino a quel momento erano solo contatti di lavoro nelle piattaforme social, pi\u00f9 propriamente su LinkedIn. \u00c8 sempre bello quando un volto, un commento, un \u201clike\u201d, un \u201cconsiglia\u201d prende forma, ha una voce, uno sguardo. In realt\u00e0 \u00e8 proprio come se ci si vedesse per la prima volta, perch\u00e9 effettivamente \u00e8 cos\u00ec, anche se abbiamo gi\u00e0 avuto modo di farci un\u2019idea di quella persona attraverso il feed delle condivisioni. Cosa scatta nella nostra mente quando questo accade? Come reagiamo al primo impatto? Ci\u00f2 non riguarda solo la sfera lavorativa, ma anche l\u2019ambito della nostra vita privata, a patto che usiamo i social anche soltanto per mantenerci in contatto con qualche lontano amico o parente. Un paio di occasioni, come dicevo, mi hanno spinto a fare alcune riflessioni che, ci tengo a precisare, non hanno alcuna intenzione di fare scuola o giudicare i diversi approcci che ognuno di noi pu\u00f2 avere nei confronti dei social media, sia per uso privato che professionale. Chi mi conosce, dal vivo e appunto tramite social, sa che uso queste piattaforme (LinkedIn soprattutto) per farmi pubblicit\u00e0, per ampliare la mia rete. Sarebbe sciocco pensare nel mondo di oggi che i social siano inutili, quando sappiamo che per ogni singola cosa come ordinare da mangiare, prenotare un volo aereo, acquistare un regalo di compleanno (per fare solo qualche esempio), consultiamo la rete, a prescindere che ci porti a fare scelte giuste o sbagliate. Il cliente potenziale o oramai consolidato ha gi\u00e0 un\u2019idea di noi basata su quanto noi condividiamo, pubblichiamo nei social network. Non sto dicendo nulla di nuovo. Non sto salendo sulla cattedra dell\u2019esperto di social media marketing, n\u00e9 tanto meno di un social media manager di professione. Le riflessioni e le reazioni pi\u00f9 o meno palesi dentro di noi possono essere diverse. La pi\u00f9 estrema potrebbe essere pensare: \u201ccredevo fosse pi\u00f9 bravo\/a!\u201d. Oppure: \u201csui social sembra chiss\u00e0 quanto \u00e8 bravo\/a, ma in realt\u00e0 \u00e8 molto pi\u00f9 scarso\/a!\u201d Oppure: \u201cvediamo se andr\u00e0 a condividere anche questo servizio!\u201d. \u201c\u00c8 esattamente come me lo\/a immaginavo!\u201d Potrei continuare l\u2019elenco all\u2019infinito, anche perch\u00e9 ognuno ha una propria percezione, un proprio punto di vista. Cambia solo la prospettiva. Non si tratta di stabilire quanto tutto questo sia pi\u00f9 o meno giusto. La percezione che in generale gli altri hanno di noi svolge un ruolo fondamentale nelle relazioni sociali. Se parliamo di lavoro, tale principio vale ancor di pi\u00f9. Come ci vedono gli altri, ma anche come noi vediamo gli altri pu\u00f2 essere determinante nell\u2019ottica di una scelta professionale di successo ed \u00e8 proprio in questo punto che si dipana la complessa matassa dell\u2019intelligenza relazionale, che \u00e8 quasi un must per qualsiasi impresa e\/o professionista che voglia riscuotere successo. Per essere pi\u00f9 precisi, forse si dovrebbe parlare di intelligenza sociale che stabilisce relazioni di omologazione, inclusione, esclusione, ma anche di differenziazione. Ci si potrebbe chiedere quanto tutto questo abbia a che fare con quella che per molti \u00e8 una \u201csemplice\u201d condivisione di contenuti. Non \u00e8 una mera condivisione di post, articoli, foto, ma molto di pi\u00f9. Ogni volta che condividiamo qualsiasi contenuto, decidiamo di mostrare, proprio come farebbe un attore a teatro, un aspetto di s\u00e9 nei confronti di chi ci legge, di chi ci guarda. Pi\u00f9 siamo autentici e personali e pi\u00f9 andiamo a toccare le percezioni buone e positive che gli altri possono avere di noi. Di contro, pi\u00f9 la modalit\u00e0 di condivisione risulta forzata, impersonale, autocelebrativa e senza una linea di narrazione coerente con quanto vogliamo comunicare, pi\u00f9 le sensazioni suscitate possono essere contrastanti e talvolta disturbanti. I social, lo sappiamo, hanno il vantaggio di velocizzare e ottimizzare le possibilit\u00e0 di fare networking, ma al contempo sono croce e delizia dei nostri tempi, poich\u00e9 se approcciati male possono suscitare sentimenti di invidia e portare a demotivazione e mancanza di autostima. Non credo sia opportuno giudicare qualcuno solo per quello che posta, pubblica, condivide; come non \u00e8 neanche giusto idealizzare troppo quello che leggiamo sui social, nel bene e nel male. I social media sono come dei boomerang che restituiscono (talvolta con gli interessi) quello che abbiamo lanciato. Se uno strumento \u00e8 ben accordato e la musica \u00e8 gradevole, la cassa di risonanza riechegger\u00e0 la stessa melodia senza distorcere il suono. Perch\u00e9 in fin dei conti, se chi ha usufruito dei nostri servizi, ci ha prima conosciuto in rete e poi torna da noi, vuol dire che quella voce era autentica. Vuol dire che dietro quell\u2019immagine c\u2019\u00e8 della sostanza. In fin dei conti, la nostra migliore strategia social \u2013 e non \u00e8 la stessa per tutte e per tutti \u2013 \u00e8 quella che rispecchia la nostra vera personalit\u00e0. E di questo i colleghi, le colleghe, i clienti, i collaboratori, le collaboratrici se ne accorgono subito. Non c\u2019\u00e8 bisogno di accumulare visualizzazioni e\/o like per fare in modo che la nostra strategia social porti al risultato sperato e cio\u00e8 fare business e ampliare la nostra rete di collaborazioni che in questi tempi sempre pi\u00f9 ingrati sembra non bastare mai. Dovremmo ricordarci che dietro un profilo in qualsiasi piattaforma social c\u2019\u00e8 una persona, un\/a professionista che sta cercando di instaurare una relazione che, seppur virtuale, prima o poi potrebbe diventare reale. Non credo sia giusto standardizzare il nostro modo di comunicare in rete. Non esistono regole universali. Non per forza ci\u00f2 che fa e che pensa sia giusto fare la maggior parte degli utenti della rete \u00e8 la soluzione ideale valida per tutti. Come sempre la verit\u00e0 sta nel mezzo e non \u00e8 sempre facile mediare nel mondo virtuale che sta diventando sempre pi\u00f9 divisivo e polarizzante."}